Indice " NIOSH " inferiore a 1 , lavoro part time e lombalgia. Quando il numero è rassicurante, ma la clinica chiede altro

Quando il lavoratore arriva alla visita medica riferisce una lombalgia che compare durante il lavoro o alla fine della giornata. È un racconto semplice, concreto, legato a ciò che il corpo sente.

Il medico del lavoro ascolta avendo già chiaro il contesto. Conosce la mansione svolta ha presente il Documento di Valutazione dei Rischi e sa che per quella attività l’indice di rischio da movimentazione manuale dei carichi risulta inferiore a 1. Sa anche che il lavoro è organizzato in regime di part-time, due giorni a settimana.

È da questa cornice apparentemente rassicurante che prende forma la riflessione clinica.  

A questo punto il compito del medico del lavoro non è mettere in discussione il dolore riferito, ma comprendere se e in che modo il lavoro possa aver contribuito alla lombalgia  anche quando l’indice e l’organizzazione dell’orario appaiono rassicuranti.

A quel punto la domanda diventa inevitabile:
l’indice e la distribuzione del tempo di lavoro stanno davvero descrivendo il carico che il corpo sopporta, o stanno restituendo solo una parte del quadro?

Perché un indice inferiore a 1 non racconta sempre tutto

Nella pratica quotidiana la valutazione della movimentazione manuale dei carichi viene spesso condotta attraverso la formula NIOSH, uno degli strumenti più diffusi e utilizzati. È una formula conosciuta, applicata da anni e generalmente considerata affidabile, ma come ogni strumento va compresa prima di essere interpretata.

È importante ricordare che la NIOSH non si fonda su un unico criterio di rischio. Al contrario nasce dall’integrazione di più modelli concettuali, ciascuno orientato a descrivere un aspetto diverso del carico di lavoro. Proprio questa integrazione, che rappresenta il suo punto di forza, spiega anche perché il valore finale dell’indice possa talvolta apparire rassicurante pur in presenza di sollecitazioni significative per il corpo.

Nel modello NIOSH confluiscono tre approcci diversi che descrivono il carico di lavoro da prospettive complementari.

Il primo è il modello biomeccanico, orientato a contenere gli effetti sulle strutture muscolo-scheletriche, in particolare sul rachide. Questo modello guarda alle forze che agiscono sul corpo durante la movimentazione: il peso del carico, le leve sfavorevoli, le posture assunte e le forze di compressione che si scaricano sulla colonna vertebrale. È l’approccio più direttamente collegato al sovraccarico strutturale e al rischio di danno locale.

Accanto a questo si colloca il modello fisiologico, che si concentra sull’affaticamento muscolare globale. Qui l’attenzione si sposta soprattutto sulla frequenza dei sollevamenti, sulla durata dell’attività e sull’impegno energetico complessivo richiesto dal compito. Quando la frequenza o il tempo di esposizione si riducono, questo modello tende a restituire un carico più contenuto, contribuendo ad abbassare il valore finale dell’indice.

Il terzo contributo è rappresentato dal modello psicofisico, che introduce una dimensione diversa, legata alla percezione soggettiva dello sforzo. Tiene conto della tollerabilità del compito, di quanto il carico venga avvertito come accettabile o gravoso dal lavoratore, integrando aspetti legati alla fatica percepita e alla capacità di sostenere l’attività nel tempo.

Proprio perché la formula NIOSH nasce dall’integrazione dei diversi modelli di valutazione, può accadere che il valore finale dell’indice risulti inferiore a 1 in contesti caratterizzati da una bassa frequenza di sollevamento o da una durata limitata dell’attività, come nel caso di un lavoro svolto in regime di part-time.

Questo dato tuttavia non esclude automaticamente la presenza di un sovraccarico biomeccanico sulle strutture. Quando i carichi movimentati sono elevati, le geometrie di sollevamento risultano sfavorevoli, il carico viene mantenuto distante dal corpo o le posture assunte sono incongrue, le sollecitazioni sul rachide possono restare significative anche in presenza di un indice complessivamente rassicurante.

In queste situazioni, il contributo del modello fisiologico e di quello psicofisico può compensare il valore finale, abbassando l’indice in funzione della minore durata o frequenza dell’esposizione, pur lasciando inalterato il carico biomeccanico per singola azione. È proprio in questo equilibrio apparente che il numero può perdere la capacità di descrivere ciò che accade realmente alle strutture.

Non sempre però gli indici basati sulla formula NIOSH e sui suoi derivati riescono a rappresentare fedelmente il rischio reale.
Questi strumenti descrivono un compito “tipo”, costruito su ipotesi semplificate, mentre il lavoro quotidiano è fatto di gesti che si ripetono, si modificano e si adattano continuamente alle condizioni operative.

Nella pratica, i compiti svolti, le modalità di esecuzione, le tipologie di oggetti movimentati e le geometrie di sollevamento possono variare anche all’interno della stessa giornata lavorativa. Questa variabilità, che è propria del lavoro reale, difficilmente viene catturata da un modello che restituisce un valore medio o sintetico.

Va inoltre ricordato che, pur essendo la formula NIOSH supportata da studi epidemiologici solidi, non descrive una vera e propria relazione dose–risposta individuale. Il valore dell’indice non indica una soglia biologica oltre la quale il danno compare e al di sotto della quale è certamente assente, ma rappresenta piuttosto un criterio orientativo di probabilità e di prevenzione.

È per questo che l’indice  pur utile, non può essere letto come una misura puntuale del rischio reale sul singolo lavoratore, né come uno strumento autosufficiente per spiegare l’insorgenza di un disturbo muscolo-scheletrico. Per comprendere perché in alcuni casi la clinica possa emergere anche in presenza di un indice di rischio rassicurante, è utile richiamare i modelli biomeccanici del rachide lombare che descrivono il carico reale a cui sono sottoposte le strutture vertebrali durante la movimentazione manuale dei carichi.

La relazione utilizzata per stimare la forza di compressione sul segmento lombare L5–S1 deriva dai modelli biomeccanici basati sul principio della leva, ampiamente descritti in letteratura (Nachemson; Wilke; NIOSH; McGill).

Tali modelli mostrano come il carico che insiste sulla colonna non sia determinato esclusivamente dal peso dell’oggetto sollevato, ma soprattutto dalla distanza del carico dal rachide e dalla sfavorevole leva con cui agiscono i muscoli paravertebrali.

La formula riportata rappresenta una semplificazione a fini didattici del modello biomeccanico statico. Il suo utilizzo non ha lo scopo di fornire una stima predittiva individuale del rischio, né di sostituire i modelli analitici completi o gli strumenti di valutazione validati (es. equazione NIOSH), ma consente di confrontare scenari di movimentazione differenti e di rendere comprensibile il ruolo determinante della geometria del gesto lavorativo.

 In questo contesto, la relazione può essere espressa come:

F_comp ≈ 10 × (peso dell’oggetto + peso del tronco) × (distanza / leva muscolare)

dove la leva muscolare dei paravertebrali è pari a circa 5–6 cm, valore sostanzialmente costante dal punto di vista biologico.

Proviamo a fare un calcolo semplice del carico di compressione su L5-S1, usando la formula biomeccanica.

Esempio: oggetto da 5 kg a 50 cm dal corpo

  • Peso oggetto = 5 kg

  • Peso del tronco (testa + torace + braccia) ≈ 40 kg

👉 Peso totale = 45 kg

Applicazione della formula

  • Rapporto delle leve = 0,50 / 0,05 = 10

Ora il calcolo diventa:

F_comp ≈ 10 × 45 × 10

👉 F_comp ≈ 4.500 N

  • Movimento lento → ×1,3

  • Movimento brusco → ×1,5

👉 4.500 × 1,5 = 6.750 N

10 rappresenta una semplificazione del passaggio da chili a Newton

Conclusione clinica

Un carico di soli 5 kg, se tenuto a 50 cm dal corpo, può generare sulla colonna lombare un carico di compressione superiore ai limiti di sicurezza (3.400 N), soprattutto se il gesto è rapido o ripetuto.

Difatti il limite di azione raccomandato dal NIOSH è 3400 N di forza compressiva su L5-S1.

 ( Action limit)

Il limite massimo assoluto è 6400 N ( Maximum Permissible Limit). 

Valori superiori a 3400 N sono associati a rischio elevato di lesioni discali e muscolari. Tali valori sono determinati per  l'Uomo standard in buone condizioni di salute. 

Per le donne i valori vanno ridotti   del 17%

Pertanto

Il punto di partenza: il lavoro reale

Ogni valutazione efficace parte dall’analisi della mansione effettivamente svolta, non da una descrizione media o ideale.

Non basta sapere che il lavoratore “movimenta carichi”. È necessario comprendere:

  • che tipo di carichi
  • con quale peso
  • con quali posture
  • con quali distanze dal corpo
  • con quale variabilità nel tempo

Se la mansione viene semplificata o “mediata” anche un indice corretto dal punto di vista formale può non rappresentare il gesto reale.

Capita  di pensare che un’attività svolta in regime di part-time, magari solo due giorni a settimana, comporti automaticamente un rischio trascurabile. È un ragionamento comprensibile, ma non sempre aderente alla realtà del lavoro.

Ridurre il tempo di esposizione incide certamente sulla durata complessiva dell’attività e può limitare l’affaticamento generale. Tuttavia questo non significa che cambino automaticamente le caratteristiche del carico che il corpo è chiamato a gestire. Il peso sollevato resta lo stesso, così come le geometrie di movimentazione, le posture assunte dal rachide e le forze che si scaricano sulle strutture muscolo-scheletriche. Quando lo sforzo è concentrato in poche ore o in pochi giorni, il carico biomeccanico per singola esposizione può rimanere significativo. Ed è proprio in questi casi che il tempo ridotto non basta, da solo, a spiegare o a escludere soprattutto in un lavoratore "sensibilee" la comparsa di un dolore lombare

Un’attività concentrata in poche ore può risultare biomeccanicamente intensa soprattutto se caratterizzata da carichi elevati o posture incongrue.


Il giudizio di idoneità: un processo di integrazione

Pertanto il giudizio di idoneità non può essere ricondotto a un singolo indice numerico, né escluso automaticamente dal fatto che l’attività sia svolta in regime di part-time.
È il risultato di un processo di integrazione che tiene insieme più livelli di lettura. Alla valutazione del rischio si affiancano il sopralluogo, la visita clinica, i sintomi riferiti e la conoscenza concreta del lavoro svolto.

È dall’incontro tra questi elementi che prende forma un giudizio realmente aderente alla situazione del lavoratore.

In molti casi, la risposta più appropriata non è la non idoneità, ma una soluzione più articolata: idoneità con limitazioni, indicazioni organizzative, proposte di miglioramento ergonomico o una rivalutazione del rischio.
Scelte che non negano il numero, ma lo collocano nel contesto giusto.

Conclusione

Un indice inferiore a 1 non equivale a rischio zero.
E una lombalgia non è un’opinione del lavoratore.

La movimentazione manuale dei carichi non è solo una questione di formule, ma di corpi reali, strutture sollecitate e vulnerabilità individuali.

Ed è proprio qui che il medico del lavoro continua ad avere un ruolo insostituibile:
tenere insieme numeri, clinica e realtà, anche  e soprattutto  quando il numero sembra dire che “va tutto bene”.


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