giovedì 5 febbraio 2026

Rischio Chimico nello stampaggio delle materie plastiche: Quando la Sorveglianza Sanitaria è appropriata ( e quando no)

 

La valutazione del rischio chimico nelle attività di stampaggio delle materie plastiche richiede un approccio che parta dalla descrizione del processo reale, così come oggi viene effettivamente svolto nelle aziende del settore, evitando valutazioni astratte o fondate esclusivamente sulla pericolosità teorica delle sostanze. Il rischio chimico infatti non è determinato dalla sola presenza di un agente ma dipende dalla forma fisica, dalle modalità d’impiego, dalla frequenza e durata delle esposizioni e dall’insieme delle misure tecniche e organizzative adottate.
Nelle moderne attività di stampaggio le materie prime utilizzate sono prevalentemente polimeri in forma granulare.

In questo contesto assume particolare rilievo identificare le sostanze cancerogene, mutagene e reprotossiche (CMR), ovvero quelle capaci di indurre tumori, alterazioni genetiche o danni alla fertilità e allo sviluppo embrio-fetale. Si tratta di sostanze considerate dalla normativa europea e dal D. Lgs. 81/08 come a elevata pericolosità intrinseca, per le quali sono previste misure preventive rafforzate.

I polimeri comunemente utilizzati nello stampaggio moderno quali polipropilene, polietilene, polistirene, ABS, poliammidi, policarbonato e resine acetaliche non sono di per sé classificati come CMR.

Tuttavia, in condizioni di lavorazione non corrette, in particolare in caso di surriscaldamento o degradazione termica, alcuni di essi possono liberare sostanze che rientrano nelle categorie CMR o che presentano proprietà sensibilizzanti.

Le resine acetaliche (POM) rappresentano il caso più noto sotto questo profilo, poiché in condizioni di degradazione possono liberare formaldeide, sostanza classificata come cancerogena di categoria 1B e mutagena di categoria 2, oltre che fortemente irritante e sensibilizzante.

 Analogamente, il policarbonato può, in caso di temperature eccessive o permanenza prolungata del materiale fuso, liberare bisfenolo A, sostanza classificata come reprotossica.

Nel caso di polistirene e ABS, un’alterazione delle condizioni di processo può determinare il rilascio di stirene classificato come sospetto cancerogeno (Carc. 2), mentre per alcune formulazioni di ABS (Acrilonitrile, Butadiene e Stirene) e in particolare in presenza di materiale riciclato o di processi non stabili, possono liberarsi tracce di acrilonitrile, sostanza classificata come cancerogena di categoria 1B.

Per altri polimeri di largo impiego quali polipropilene, polietilene e poliammidi, le sostanze eventualmente liberabili in caso di anomalia di processo rientrano prevalentemente nella categoria degli irritanti (aldeidi, ammine, composti volatili a basso peso molecolare risultano generalmente associate a fenomeni di evidente surriscaldamento o degradazione.

È importante sottolineare che, nelle condizioni operative moderne, caratterizzate da:

  • utilizzo di materie prime in forma granulare e additivate,
  • controllo puntuale delle temperature di processo,
  • sistemi di aspirazione localizzata,
  • procedure operative per avvio, spurgo e cambi di produzione,

la liberazione di sostanze CMR non rappresenta la condizione ordinaria del processo ma è confinata a eventi anomali o non routinari, di breve durata e facilmente individuabili attraverso segnali sentinella quali odori pungenti, fumi visibili o instabilità del processo.

Pertanto, pur riconoscendo che alcuni polimeri possono teoricamente dare origine a sostanze CMR in condizioni di degradazione, la valutazione del rischio deve basarsi sulla probabilità reale di tali eventi e sulla durata e frequenza dell’esposizione, che, nel contesto descritto, risultano limitate, episodiche e adeguatamente controllate dalle misure preventive adottate.

Come già riportato nei paragrafi precedenti i materiali oggi più comunemente impiegati comprendono polipropilene, polietilene, polistirene, ABS, poliammidi, policarbonato e resine acetaliche.

Questi polimeri sono scelti perché offrono buone prestazioni meccaniche e termiche e soprattutto, perché consentono una trasformazione per fusione senza l’impiego di solventi, riducendo alla fonte il rischio chimico.

Nel processo moderno di stampaggio delle materie plastiche, anche il tema dei coloranti, dei pigmenti e degli additivi va letto alla luce di una profonda evoluzione tecnologica e normativa che ha cambiato radicalmente il modo in cui queste sostanze arrivano e vengono utilizzate in azienda.

Oggi colorare o additivare una plastica non significa più introdurre manualmente sostanze chimiche “libere” nel processo produttivo. I coloranti e i pigmenti vengono quasi sempre forniti sotto forma di masterbatch, cioè granuli polimerici in cui il pigmento è già inglobato e stabilizzato all’interno di una matrice compatibile. Questo significa che il lavoratore non entra in contatto con la sostanza colorante in quanto tale, ma manipola un materiale solido, compatto e facilmente dosabile, analogo per comportamento al polimero di base.

La normativa europea ha avuto un ruolo decisivo in questa trasformazione. Nel tempo l’applicazione del regolamento REACH e del sistema di classificazione CLP ha progressivamente escluso dal mercato industriale ordinario i pigmenti contenenti metalli pesanti, i coloranti azoici in grado di liberare ammine aromatiche cancerogene e, più in generale, le sostanze con classificazione CMR o con potenziale sensibilizzante non giustificabile. Ciò che oggi viene utilizzato nelle filiere produttive standard è quindi il risultato di una selezione preventiva a monte che riduce drasticamente la pericolosità intrinseca dei materiali impiegati.

I pigmenti attualmente più diffusi sono pigmenti organici selezionati o pigmenti inorganici stabili, come gli ossidi di ferro scelti per la loro resistenza termica e chimica. Anche il biossido di titanio spesso citato come elemento critico viene utilizzato nello stampaggio esclusivamente in forma inglobata nel masterbatch.  La sua classificazione come sospetto cancerogeno riguarda infatti solo l’inalazione di polveri respirabili, condizione che non si realizza nel processo di stampaggio che utilizza granuli.

Un discorso analogo vale per gli additivi. Gli additivi oggi più comunemente impiegati, quali antiossidanti, stabilizzanti termici e UV, lubrificanti di processo, antistatici e agenti nucleanti, sono utilizzati in percentuali molto basse, e sono progettati per rimanere inglobati nella matrice polimerica durante l’intero ciclo di lavorazione. Anche in questo caso la normativa ha progressivamente orientato il mercato verso sostanze con un profilo tossicologico più favorevole, escludendo o limitando fortemente additivi con classificazione CMR o con elevato potenziale sensibilizzante.

Il risultato pratico è che nello stampaggio moderno i coloranti, i pigmenti e gli additivi non rappresentano una fonte strutturale di esposizione chimica. La loro presenza non comporta in condizioni ordinarie di processo un rischio apprezzabile per la salute dei lavoratori, né sotto il profilo cancerogeno, né mutageno, né reprotossico, né sensibilizzante. Eventuali criticità possono emergere solo in contesti specifici e non ordinari, come la manipolazione di polveri durante il compounding (miscelazione), l’utilizzo di prodotti non conformi alla normativa europea o la lavorazione in condizioni di marcato surriscaldamento, che portano alla degradazione del materiale.

In un processo correttamente gestito, con controllo delle temperature, utilizzo di sistemi di aspirazione localizzata e rispetto delle procedure operative, la funzione di coloranti e additivi resta quella per cui sono stati progettati, ossia migliorare le prestazioni del materiale e la qualità del prodotto finito, senza tradursi in un aggravio significativo del rischio chimico. Anche sotto questo profilo quindi il quadro che emerge è coerente con una valutazione del rischio chimico orientata alla reale esposizione e non alla sola pericolosità teorica delle sostanze, e con la classificazione del rischio come irrilevante per la salute nelle condizioni operative descritte.

Lo stoccaggio delle materie prime avviene in sacchi, big-bag, silos o contenitori chiusi, e il trasporto interno verso le presse è prevalentemente automatizzato tramite sistemi pneumatici o coclee. Anche questi aspetti concorrono a ridurre in modo significativo la possibilità di esposizione chimica.

Il processo di stampaggio si svolge in regime prevalentemente automatico con controllo continuo dei parametri di temperatura, pressione e tempo di ciclo. Il controllo delle temperature di funzionamento rappresenta un elemento centrale anche sotto il profilo del rischio chimico poiché consente di mantenere il materiale all’interno della corretta finestra di lavorazione ed evitare fenomeni di degradazione termica.

È importante sottolineare che nei processi moderni correttamente gestiti, le quantità di tali sostanze risultano molto basse, episodiche e concentrate in brevi finestre temporali, e vengono ulteriormente ridotte dalla presenza di aspirazione localizzata e ventilazione degli ambienti. Non si tratta quindi di emissioni continue ma di eventi puntuali legati a deviazioni dal regime ottimale.

Un aspetto spesso oggetto di equivoci riguarda il rischio da solventi. Nello stampaggio delle materie plastiche in senso stretto i solventi non fanno parte del processo produttivo, poiché la trasformazione avviene per fusione del polimero. Il rischio da solventi può presentarsi esclusivamente in attività accessorie quali la pulizia degli stampi, la manutenzione ordinaria o straordinaria, la pulizia di ugelli o componenti metallici. In questi casi si utilizzano generalmente alcooli o detergenti tecnici a rapida evaporazione.

Anche in tali situazioni, l’esposizione risulta occasionale e di breve durata, con una frequenza tipicamente settimanale o mensile e una durata per singolo intervento generalmente compresa tra 5 e 15 minuti, spesso a macchina ferma o raffreddata. Il contributo dei solventi al rischio chimico complessivo risulta pertanto marginale.

Le fasi operative che meritano maggiore attenzione dal punto di vista della potenziale esposizione chimica sono l’avvio delle macchine, lo spurgo del materiale e i cambi di produzione. L’avvio delle macchine avviene generalmente una volta per turno, all’inizio dell’attività lavorativa, con una durata media compresa tra 5 e 15 minuti per pressa. Nella pratica corrente questa fase consiste principalmente nella verifica e nell’assestamento dei parametri di processo e non comporta condizioni di degrado del materiale.

Lo spurgo del materiale che rappresenta la fase di maggiore attenzione avviene con frequenza limitata, in genere una o due volte al giorno per pressa, ed ha una durata contenuta compresa tra 2 e 10 minuti per evento. Si tratta di un’operazione breve, localizzata e non continuativa, svolta in presenza di aspirazione localizzata e procedure operative specifiche.

I cambi di produzione che includono spurgo regolazioni e assestamento del processo hanno una durata complessiva mediamente compresa tra 15 e 45 minuti, ma solo una parte limitata di questo tempo è associata a potenziali emissioni chimiche concentrate prevalentemente nella fase di spurgo.

Considerando complessivamente l’avvio macchina, gli spurghi e gli eventuali cambi di produzione, il tempo totale di possibile esposizione chimica risulta episodico e circoscritto, generalmente inferiore a 20–30 minuti complessivi per turno di lavoro, a fronte di una durata del turno pari a circa 8 ore.

Il processo è supportato da un sistema strutturato di misure preventive e protettive, che comprende il controllo delle temperature, la presenza di cappe e aspirazione localizzata sulle presse, la ventilazione degli ambienti, la manutenzione programmata degli impianti, procedure operative per le fasi non routinarie e la formazione dei lavoratori. Tali misure consentono di intercettare le emissioni alla fonte e di mantenere l’esposizione entro livelli tecnicamente contenuti.

Alla luce delle caratteristiche del processo, della forma fisica delle sostanze utilizzate, della bassa frequenza e breve durata delle operazioni potenzialmente emissive, nei casi in cui non sono utilizzate materie prime con possibile liberazione di agenti cancerogeni e sensibilizzanti, l’esposizione chimica risulta limitata, non continuativa e adeguatamente controllata. La dose potenzialmente assorbita non è tale da determinare effetti sistemici apprezzabili o effetti a carico di organi bersaglio diversi dall’apparato respiratorio, possono persistere, in alcune fasi non routinarie effetti irritativi locali transitori, gestiti dalle misure adottate.

Pertanto, il rischio chimico nelle condizioni di cui ai paragrafi precedenti può essere classificato come irrilevante per la salute, ai sensi dell’art. 223 del D. Lgs. 81/08.

In presenza di un rischio chimico valutato come irrilevante per la salute, non sussiste l’obbligo di attivazione della sorveglianza sanitaria ai sensi dell’art. 41 del D. Lgs. 81/08, fermo restando il mantenimento delle misure preventive e protettive, e l’obbligo di rivalutazione del rischio in caso di modifiche del processo, delle sostanze utilizzate o dell’organizzazione del lavoro. La sorveglianza sanitaria potrà essere attivata su richiesta del lavoratore, qualora il medico competente ne valuti la pertinenza in relazione ai rischi professionali.

Il quadro complessivo che emerge è quello di un processo produttivo moderno, controllato e tecnicamente evoluto, nel quale il rischio chimico viene valutato sulla base della reale esposizione e non della sola pericolosità teorica delle sostanze. In presenza di misure efficaci, esposizioni brevi e a bassa frequenza e in assenza di agenti cancerogeni e sensibilizzanti, la classificazione del rischio come irrilevante per la salute risulta coerente, proporzionata e pienamente conforme ai principi della prevenzione.

Cenni di Sorveglianza sanitaria

Nei contesti in cui sia ritenuto necessario attivare la sorveglianza sanitaria, questa deve essere impostata secondo criteri di appropriatezza, proporzionalità e miratezza agli effettivi rischi, evitando accertamenti routinari non giustificati. Il fulcro della valutazione resta una anamnesi lavorativa e clinica approfondita, affiancata da un esame obiettivo accurato, con particolare attenzione all’apparato respiratorio, considerata la via inalatoria come principale modalità di esposizione nello stampaggio delle materie plastiche. In tale ottica qualora il rischio sia orientato prevalentemente verso possibili effetti irritativi o funzionali a carico del polmone, può risultare utile l’esecuzione di un esame spirometrico, da ripetersi con periodicità biennale o modulata in funzione dell’entità del rischio, della tipologia di processo e delle condizioni di salute individuali del lavoratore. Al contrario in assenza di esposizioni specifiche a sostanze con comprovati effetti sistemici, gli esami ematochimici non risultano indicati, in quanto privi di reale valore predittivo o preventivo ai fini del giudizio di idoneità, e non supportati dalle principali evidenze scientifiche in ambito di medicina del lavoro

 

ATTENZIONE - Precisazioni

1.    👉 Nel valutare il rischio chimico nei diversi processi di stampaggio delle materie plastiche è importante considerare che, pur condividendo gli stessi principi di base, le modalità di esposizione possono variare leggermente in funzione della tecnologia adottata: nello stampaggio a iniezione, caratterizzato da un ciclo chiuso e discontinuo, le possibili emissioni risultano generalmente limitate e concentrate nelle fasi brevi di avvio, spurgo e cambio produzione; nei processi a compressione, pur mantenendo una logica simile, il materiale può risultare maggiormente esposto durante le fasi di carico e apertura dello stampo, rendendo più rilevante il controllo dei tempi e dell’aspirazione; nell’estrusione, trattandosi di un processo continuo, l’attenzione deve essere posta soprattutto sulla durata delle operazioni non routinarie e sull’efficacia dell’aspirazione lungo la linea, poiché le esposizioni, pur a basse concentrazioni, possono protrarsi più a lungo; nei processi di soffiaggio e termoformatura il rischio chimico è generalmente contenuto, ma richiede una ventilazione adeguata in relazione alle superfici calde e ai volumi di materiale riscaldato.

In tutti i casi, più che la tecnologia in sé, risultano determinanti la stabilità del processo, il controllo delle temperature e la qualità delle misure preventive adottate.

👉Le considerazioni e le conclusioni riportate nel presente documento si riferiscono a processi di stampaggio delle materie plastiche tecnologicamente aggiornati, correttamente progettati e gestiti, nei quali risultano effettivamente presenti controllo delle temperature di processo, sistemi di aspirazione localizzata funzionanti, procedure operative codificate, e un programma di manutenzione ordinaria e straordinaria adeguato.

Tali condizioni tuttavia non possono essere date per scontate in tutti i contesti produttivi; persistono infatti, sul territorio, realtà aziendali caratterizzate da impianti obsoleti, da carenze manutentive, dall’impiego di materie prime e additivi di qualità non adeguata, nonché da un’organizzazione del lavoro che prevede cambi di produzione molto frequenti e non sempre correttamente gestiti. In questi contesti il controllo del processo può risultare meno efficace e aumentare la probabilità di fenomeni di surriscaldamento, degradazione del materiale e dispersione di emissioni non intercettate.

Per tali motivi quanto descritto nella presente relazione non deve essere inteso come una valutazione generalizzabile in modo automatico ma come un quadro di riferimento applicabile esclusivamente laddove le condizioni operative corrispondano a quelle analizzate. In presenza di impianti datati, dalla manutenzione inadeguata, con assenza o inefficienza dei sistemi di aspirazione, con uso di prodotti non conformi, o con una elevata instabilità produttiva, il rischio chimico può assumere caratteristiche differenti e richiede una verifica puntuale e specifica.

Resta pertanto imprescindibile che ogni valutazione del rischio chimico sia contestualizzata al singolo ciclo produttivo, basata sull’osservazione diretta del processo reale e periodicamente aggiornata, in particolare in caso di modifiche tecnologiche, organizzative o di aumento della frequenza delle fasi non routinarie. Solo attraverso questa verifica continua è possibile garantire che la classificazione del rischio, inclusa l’eventuale definizione di rischio irrilevante per la salute, rimanga coerente con le condizioni effettive di lavoro e con i principi di tutela previsti dalla normativa vigente.

Gennaro Bilancio Medico del Lavoro

Scrivo per chiarire dubbi, non per dare risposte comode

 

 

sabato 31 gennaio 2026

Vigilanza e salute dei lavoratori: il cambiamento in atto tra ASL e ITL e i rischi di uno squilibrio silenzioso

Chi opera oggi nel sistema pubblico di tutela della salute e sicurezza nei luoghi di lavoro ha la chiara percezione che qualcosa sia cambiando. Le norme evolvono, i ruoli si ridefiniscono e le competenze si spostano. Tuttavia non sempre è evidente in quale direzione complessiva si stia andando.

Negli ultimi anni il  cambiamento è stato progressivo non sempre dichiarato apertamente ma chiaramente visibile  nelle scelte normative, organizzative e operative che stanno ridefinendo ruoli, strumenti e responsabilità dei diversi attori istituzionali.

Il recente bando pubblicato da alcune ATS della Regione Lombardia che prevede l’affidamento a liberi professionisti di attività riconducibili alla vigilanza in materia di salute e sicurezza sul lavoro, rappresenta un segnale concreto di questo cambiamento e offre l’occasione per una riflessione più ampia sul futuro del sistema pubblico di prevenzione

Le recenti modifiche normative hanno attribuito   all’Ispettorato Territoriale del Lavoro (ITL) un ruolo sempre più centrale nelle attività di vigilanza con :
  • ampliamento delle competenze 
  • potenziamento degli organici
  • forte visibilità mediatica delle attività ispettive.

Sempre più spesso anche nel racconto dei mass media la vigilanza viene associata quasi esclusivamente all’ITL mentre il ruolo delle ASL pur restando sostanziale, appare meno visibile nel discorso pubblico.

Quanto sopra riportato merita una riflessione :

Storicamente dal 1978 le attività di vigilanza in materia di salute e sicurezza erano di competenza quasi esclusiva delle ASL , oggi a seguito delle modifiche normative intervenute negli ultimi anni tali competenze risultano condivise tra ASL e ITL entrambi riconosciuti come organi di vigilanza. Tuttavia nella pratica organizzativa e comunicativa si assiste a un progressivo spostamento del baricentro operativo e istituzionale verso ITL, senza un analogo rafforzamento delle ASL.

Questo pone una domanda legittima che non è polemica ma sistemica: 

se gli organi di vigilanza sono sia ASL che ITL, perché il potenziamento delle competenze e delle risorse viene orientata prevalentemente verso un solo soggetto?

Il rischio non è formale ma sostanziale  uno squilibrio che può tradursi in una perdita progressiva della componente sanitaria della vigilanza .

Accanto al rafforzamento  dell'ITL permane una criticità oggettiva che merita attenzione : l'assenza allo stato attuale di medici del lavoro negli organici dell'Ispettorato. 

Questa assenza limita la possibilità di svolgere in autonomia attività fondamentali quali:


  • ricorsi avversi ai giudizi di idoneità;
  • valutazione dei protocolli di sorveglianza sanitaria secondo indirizzi scientifici;
  • verifica della coerenza tra valutazione dei rischi e accertamenti sanitari;
  • emersione e indagine delle malattie professionali;
  • approfondimento di infortuni complessi in cui lo stato di salute del lavoratore abbia avuto un ruolo determinante.

Il rischio è quello di una vigilanza forte sul piano ispettivo e sanzionatorio ma parziale sul piano sanitario, proprio laddove si concentra il maggiore carico di malattia secondo l’OMS.

Inoltre è  importante chiarire che  i Tecnici della Prevenzione nell’Ambiente e nei Luoghi di Lavoro (TPALL) operano sia nelle ASL sia nell’ITL ma all’interno di modelli istituzionali profondamente diversi.

Nelle ASL  i TPALL sono parte integrante del Servizio Sanitario Nazionale e operano in un modello sanitario integrato in stretta collaborazione con la medicina del lavoro . 

La differenza non è tra professionalità ma tra modelli di intervento sanitario-integrato nelle ASL, ispettivo-amministrativo nell’ITL.

Il ruolo delle ASL ma sotto pressione 

Le ASL continuano a garantire:

  • integrazione tra vigilanza e tutela della salute,
  • valutazione del nesso rischio-danno,
  • indagini sanitarie sugli esiti lavorativi,
  • attuazione dei Piani di Prevenzione nazionali e regionali,
  • promozione di buone pratiche.

Tuttavia  a fronte anche di nuove responsabilità ( Piani di Prevenzione) non si è assistito a un potenziamento strutturale equivalente e si è progressivamente fatto ricorso a soluzioni temporanee e esternalizzate

Lo svuotamento degli organici ASL: un segnale da ascoltare 

In questo quadro già complesso emerge un ulteriore elemento che merita attenzione:  il  progressivo svuotamento degli organici delle ASL dovuto al passaggio di professionisti medici vincitori di concorso verso altri enti come l’INPS.

Questo fenomeno non può essere letto esclusivamente come una scelta individuale o opportunistica, ma come espressione di un malessere organizzativo più ampio, legato a:

  • carichi di lavoro crescenti e spesso non sostenibili;
  • responsabilità elevate non sempre accompagnate da adeguato riconoscimento;
  • incertezza sul futuro del ruolo della vigilanza sanitaria pubblica;
  • percezione di un sistema in continua riorganizzazione, ma senza una direzione chiara.

Ignorare questo segnale significa rischiare di perdere competenze formate nel tempo e  idi alimentare un circolo vizioso di sovraccarichi e nuove uscite .

Pertanto senza un investimento reale sulle ASL in termini di organici, riconoscimento e prospettive ogni tentativo di rafforzare il sistema di vigilanza rischia di poggiare su basi sempre più fragili.


Quali possono essere  gli scenari futuri?


Se come afferma l'OMS che le malattie professionali rappresentano oggi il principale esito delle esposizioni lavorative, la componente sanitaria svolta da TPALL e MEDICI  non può essere marginalizzata. 

La tutela della salute dei lavoratori richiede equilibrio, integrazione e investimenti strutturali.

In assenza  di una visione complessiva , il rischio è quello di un sistema che controlla di più, ma protegge meno. 



sabato 24 gennaio 2026

Rider: quando il rischio non è solo sulla strada - Sorveglianza Sanitaria Prima Parte

Introduzione e contesto

L’attività dei lavoratori addetti alle consegne su strada (rider o ciclofattorini) si svolge in un contesto outdoor complesso, caratterizzato da traffico veicolare intenso, esposizione ad aeroinquinanti, variabilità microclimatica, pressione temporale legata ai tempi di consegna e necessità di risposte rapide e coordinate.

Tale attività espone il lavoratore  a rischi per la salute e la sicurezza, che non può essere adeguatamente prevenuto limitandosi alle sole misure tecniche, organizzative  e all’utilizzo di dispositivi di protezione individuale, ma richiede un approccio integrato che includa la valutazione dello stato di salute psicofisica.

2. Inquadramento normativo . Decreto Legislativo 81/2015 e s.m.i. 

Ai sensi dell’art. 2 del D.Lgs. 81/2015, le collaborazioni che si concretano in prestazioni di lavoro personali e continuative, le cui modalità di esecuzione siano organizzate dal committente anche con riferimento a tempi e luoghi di lavoro, sono assoggettate alla disciplina del lavoro subordinato.( .....art. 1 Le disposizioni di cui al presente comma si applicano anche qualora le modalità di esecuzione della prestazione siano organizzate mediante piattaforme anche digitali.)

Ai sensi dell’art 47 septies  (Il committente che utilizza la piattaforma anche digitale è tenuto nei confronti dei lavoratori di cui al comma 1, a propria cura e spese, al rispetto del decreto legislativo 9 aprile 2008, n. 81)

Legge 2 Novembre 2019 n. 128. Capo V bis , art 47 septies, comma 3,  (Il committente che utilizza la piattaforma anche digitale è tenuto nei confronti dei lavoratori di cui al comma 1, a propria cura e spese, al rispetto del decreto legislativo 9 aprile 2008, n. 81.)

Per quanto sopra riportato ne consegue l’applicazione delle tutele previste dal D.Lgs. 81/2008, inclusi:

  • valutazione dei rischi;
  • misure di prevenzione e protezione;
  • informazione e formazione;
  • sorveglianza sanitaria.

Rischi specifici

L’attività dei rider si svolge  in ambiente outdoor, in contesto urbano complesso e dinamico che comporta un’esposizione integrata a rischi fisici, chimici, organizzativi e infortunistici, strettamente interconnessi tra loro. La corretta valutazione di tali rischi rappresenta il presupposto indispensabile per l’impostazione di una sorveglianza sanitaria appropriata, mirata ed efficace, finalizzata alla prevenzione degli infortuni e alla tutela della salute del lavoratore 

Aeroinquinanti e contesto di esposizione

I lavoratori outdoor sono esposti a un mix complesso di aeroinquinanti ambientali caratterizzato da basse concentrazioni, esposizione cronica e elevata variabilità spazio-temporale, con incremento della dose inalata in relazione all’attività fisica e alle condizioni microclimatiche.

 

CLASSIFICAZIONE AHENTI CHIMICI DI ESPOSIZIONE

PARTICOLATO ATMOSFERICO (PM10 – PM2,5 PM ultrafini)

Il particolato atmosferico di origine veicolare, industriale e da impianti termici domestici si forma sia per processi di combustione sia per abrasione meccanica e risospensione delle polveri stradali. Il PM10 è prevalentemente costituito da particelle grossolane ricche di agenti chimici derivanti da freni, pneumatici, asfalto, sabbia , polvere di cantiere e  parti di pollini,  può contenere anche idrocarburi policiclici aromatici.

 Il PM2,5 è invece maggiormente associato a prodotti della combustione, black carbon, IPA e componenti secondarie, risultando la frazione di maggiore rilevanza tossicologica.

 

Il PM 10 tende a depositarsi prevalentemente nelle via aeree superiori e bronchiali, il PM 2,5 grazie alle sue dimensioni ridotte e all’elevata superficie specifica, si deposita prevalentemente negli alveoli e dotti alveolari , una volta solubilizzato è in grado di attraversare la barriera alveolo-capillare e di veicolare sostanze tossiche adsorbite contribuendo alla disfunzione endoteliale, alla riduzione della biodisponibilità dell’ossido nitrico e all’aumento del rischio cardiovascolare. 

 

Gli effetti includono riniti, laringiti, tracheite,  peggioramento  di Asma, BPCO,  riduzione della funzione respiratoria , aumento degli effetti cardiovascolari acuti ( Infarto, Ictus, Ipertensione arteriosa, aritmie) e incremento del rischio oncologico .

 

GAS IRRITANTI

·      Ossidi di azoto (NO, NO₂ – NOx)

  • Ozono (O₃)
  • Monossido di carbonio (CO)
  • Ossido di zolfo

Ossidi di azoto 

Gli ossidi di azoto derivano prevalentemente dai processi di combustione ad alta temperatura, in particolare dal traffico veicolare.

Il NO₂ rappresenta la forma di maggiore rilevanza sanitaria.

L’inalazione di NO₂ provoca irritazione delle vie respiratorie, aumento della permeabilità dell’epitelio bronchiale e attivazione di processi infiammatori. A livello sistemico, gli ossidi di azoto favoriscono lo stress ossidativo con consumo dell’ossido nitrico endoteliale e conseguente vasocostrizione.

Infatti la riduzione della biodisponibilità del NO endoteliale rappresenta un meccanismo chiave della disfunzione vascolare, favorendo infiammazione dell’endotelio, aumento dell’aggregazione piastrinica e progressione dell’aterosclerosi.

Gli effetti sanitari comprendono peggioramento delle patologie respiratorie, aumento dell’ipertensione e incremento del rischio di eventi cardiovascolari acuti.

Ozono (O₃)

L’ozono è un inquinante secondario che si forma in atmosfera a partire dagli ossidi di azoto e dai in presenza di radiazione solare.

È un gas altamente ossidante.

L’esposizione a ozono determina un danno diretto all’epitelio respiratorio attraverso meccanismi di ossidazione delle membrane cellulari, con attivazione di processi infiammatori e riduzione transitoria della funzione polmonare.

L’ozono aumenta l’iperreattività bronchiale e favorisce la comparsa o l’aggravamento di sintomi respiratori, soprattutto durante l’attività fisica.

A livello sistemico lo stress ossidativo indotto dall’ozono può contribuire all’infiammazione vascolare e all’aumento del rischio cardiovascolare, in particolare nei periodi estivi e nei soggetti vulnerabili.

Monossido di carbonio (CO)

Il monossido di carbonio è un gas incolore e inodore prodotto dalla combustione incompleta dei carburanti.

Il suo principale meccanismo tossicologico consiste nel legame ad alta affinità con l’emoglobina, formando carbossiemoglobina, con conseguente riduzione della capacità di trasporto dell’ossigeno ai tessuti.

L’ipossia tissutale che ne deriva interessa in modo particolare il miocardio e il sistema nervoso centrale, determinando aumento del rischio di ischemia, aritmie e, in caso di esposizioni acute, eventi potenzialmente letali.

Anche a basse concentrazioni ambientali, il CO può contribuire allo stress cardiovascolare nei soggetti con patologie preesistenti.

Composti organici adsorbiti sul particolato (IPA, metalli)

Il particolato fine e ultrafine funge da vettore per numerose sostanze tossiche, tra cui idrocarburi policiclici aromatici (IPA) e metalli.

Tali composti si adsorbono sulla superficie delle particelle e vengono trasportati in profondità nell’apparato respiratorio.

Una volta depositati negli alveoli IPA e metalli vengono rilasciati localmente, inducendo stress ossidativo, danno cellulare e infiammazione persistente.

Gli IPA sono associati a effetti genotossici e cancerogeni, mentre i metalli contribuiscono alla disfunzione endoteliale e all’attivazione di processi infiammatori sistemici.

Questo meccanismo spiega perché il particolato fine rappresenti la frazione di maggiore rilevanza tossicologica e cardiovascolare.

 

Rischi fisici

Radiazioni solari (ultraviolette e infrarosse)

Meccanismi patogenetici

L’esposizione prolungata alle radiazioni solari durante l’attività all’aperto comporta l’assorbimento di energia elettromagnetica a livello cutaneo e oculare.

Le radiazioni ultraviolette (UV) determinano un danno diretto al DNA delle cellule cutanee, con formazione di dimeri di timina e attivazione di meccanismi di stress ossidativo e risposta infiammatoria.

Le radiazioni infrarosse (IR) contribuiscono all’aumento della temperatura cutanea e tissutale, favorendo la vasodilatazione periferica e il carico termico complessivo.

A livello oculare, l’esposizione cronica a UV e IR può indurre danni cumulativi alle strutture anteriori dell’occhio (cornea, cristallino), con meccanismi degenerativi progressivi.

Effetti sulla salute

  • Eritemi solari e fotodermatiti
  • Ustioni cutanee
  • Danni oculari (fotocongiuntivite, cheratite, cataratta a lungo termine)
  • Invecchiamento cutaneo precoce
  • Incremento del rischio di neoplasie cutanee in caso di esposizione cronica

Stress termico da temperature elevate (stress da caldo)

Meccanismi patogenetici

L’attività fisica svolta dal rider associata a temperature ambientali elevate, determina un aumento della produzione di calore endogeno.

Quando i meccanismi di termoregolazione (sudorazione e vasodilatazione periferica) risultano insufficienti, si instaura uno squilibrio tra produzione e dispersione del calore.

La disidratazione e la perdita di elettroliti aggravano il quadro, favorendo:

  • riduzione del volume plasmatico;
  • aumento della frequenza cardiaca;
  • sovraccarico cardiovascolare.

Effetti sulla salute

  • Affaticamento e riduzione della capacità di concentrazione
  • Crampi 
  • Colpo di calore (condizione potenzialmente letale)
  • Peggioramento di patologie cardiovascolari preesistenti

Lo stress da caldo aumenta anche il rischio infortunistico per riduzione dell’attenzione e rallentamento dei tempi di reazione.

Stress termico da temperature basse (stress da freddo)

Meccanismi patogenetici

L’esposizione a basse temperature induce vasocostrizione periferica come meccanismo di conservazione del calore corporeo.

La perdita di calore è ulteriormente accentuata da vento e umidità.

La riduzione della temperatura cutanea e muscolare comporta:

  • diminuzione della sensibilità tattile;
  • riduzione della forza e della coordinazione muscolare;
  • rallentamento della conduzione nervosa.

Effetti sulla salute

  • Ipotermia
  • Geloni e lesioni da freddo
  • Riduzione della destrezza manuale
  • Aumento del rischio di cadute e incidenti
  • Peggioramento di patologie vascolari periferiche
  • Effetto sinergico con rischi da sovraccarico biomeccanico  per danno lombosacrale 

Umidità

Meccanismi patogenetici

L’umidità elevata riduce l’efficacia della sudorazione, ostacolando l’evaporazione del sudore e quindi la dispersione del calore corporeo.

In condizioni di freddo, l’umidità accelera la dispersione termica, amplificando l’effetto raffreddante.

Effetti sulla salute

  • Peggioramento dello stress termico da caldo o da freddo
  • Maggiore affaticamento fisico
  • Incremento del rischio di disidratazione o ipotermia
  • Riduzione delle prestazioni psicofisiche

Vento forte

Meccanismi patogenetici

Il vento agisce su due livelli:

  • meccanico, interferendo con la stabilità del mezzo;
  • termico, aumentando la dispersione di calore corporeo (wind chill effect).

La combinazione di vento e velocità del mezzo amplifica l’effetto raffreddante, soprattutto in condizioni di freddo e umidità.

Effetti sulla salute e sulla sicurezza

  • Raffreddamento corporeo accelerato
  • Instabilità del mezzo
  • Aumento del rischio di caduta
  • Affaticamento muscolare per compensazione posturale
  • Riduzione del controllo del mezzo

Vibrazioni corpo intero e mano braccio , sovraccarico biomeccanico da postura statica e peso dello zaino.

Meccanismi patogenetici

Le vibrazioni trasmesse al sistema mano–braccio derivano principalmente dal contatto prolungato con il manubrio del mezzo (bicicletta, bicicletta elettrica o motociclo), in particolare in presenza di:

  • manto stradale irregolare;
  • pavimentazioni dissestate;
  • scarsa manutenzione del mezzo;
  • posture statiche mantenute per tempi prolungati.

Le vibrazioni determinano microtraumi ripetuti a carico delle strutture neuromuscolari e vascolari degli arti superiori.

A livello nervoso si osserva un’alterazione della conduzione periferica, mentre a livello vascolare si verifica una disfunzione del microcircolo, favorita dalla vasocostrizione riflessa.

Effetti sulla salute

  • Parestesie e ipoestesia delle mani
  • Riduzione della forza di presa
  • Affaticamento muscolare degli arti superiori
  • Dolore a carico di polsi, gomiti e spalle
  • Riduzione della sensibilità tattile e propriocettiva

Tali effetti compromettono la capacità di controllo del mezzo, aumentando il rischio di errore e di caduta.

Vibrazioni corpo intero

Meccanismi patogenetici

Le vibrazioni corpo intero sono trasmesse al lavoratore attraverso la sella, il telaio del mezzo, soprattutto durante la guida su superfici stradali irregolari.

Le vibrazioni si propagano lungo l’asse lombo–sacrale e interessano la colonna vertebrale e il sistema muscolo-scheletrico.

L’esposizione cronica determina:

  • sollecitazioni meccaniche ripetute sui dischi intervertebrali;
  • microinstabilità vertebrali;
  • aumento del carico compressivo sul rachide.

Effetti sulla salute

  • Lombalgie e dorsalgie
  • Irrigidimento muscolare paravertebrale
  • Disturbi posturali
  • Riduzione della stabilità e dell’equilibrio

Le vibrazioni corpo intero contribuiscono alla riduzione del controllo del mezzo e all’aumento del rischio infortunistico.

Sovraccarico biomeccanico del rachide

Meccanismi patogenetici

Il sovraccarico biomeccanico nei rider è determinato dalla combinazione di più fattori:

  • peso dello zaino o del carico trasportato;
  • postura fissa con busto inclinato in avanti;
  • mantenimento prolungato della posizione di guida;
  • Temperatura bassa

Questi fattori agiscono in modo sinergico con le vibrazioni corpo intero, determinando un aumento significativo delle sollecitazioni a carico del tratto lombo–sacrale.

 Probabili effetti sulla salute

  • Sovraccarico dei dischi intervertebrali
  • Accelerazione dei processi degenerativi
  • Discopatie
  • Artrosi vertebrale
  • Dolore cronico lombare

Il carico asimmetrico dello zaino e la distribuzione non uniforme del peso favoriscono inoltre squilibri posturali e compensi muscolari.

Rischi  Infortunistici correlati alla guida (cadute, urti, investimenti)

I rischi infortunistici nei rider derivano dall’interazione tra condizioni ambientali, fattori tecnici del mezzo e fattori umani, con un ruolo determinante delle condizioni della strada, della manutenzione del mezzo e dell’integrità delle funzioni sensoriali e neuro-motorie. Tali fattori contribuiscono in modo significativo alla probabilità e alla gravità degli eventi traumatici, rendendo necessaria una valutazione integrata ai fini della prevenzione e della sorveglianza sanitaria.

 

Le condizioni del fondo stradale (presenza di polvere, terra, ghiaia) riducono l’aderenza degli pneumatici, aumentando lo spazio di frenata e la probabilità di perdita di controllo del mezzo.

Il manto stradale bagnato per pioggia amplifica tali effetti attraverso la riduzione del coefficiente di attrito, favorendo slittamenti e cadute improvvise.

Il dissesto stradale (buche, avvallamenti, dislivelli) determina sollecitazioni meccaniche improvvise che possono causare:

  • perdita di equilibrio;
  • deviazioni impreviste della traiettoria;
  • impatti diretti contro ostacoli o altri veicoli.

La presenza di vani porta-beni improvvisati e di ostacoli non segnalati rappresenta un ulteriore fattore di rischio, soprattutto in condizioni di scarsa visibilità o durante la guida notturna.

Effetti sulla salute

  • Cadute con traumi contusivi
  • Fratture degli arti
  • Traumi cranici
  • Lesioni muscolo-scheletriche
  • Politraumi in caso di investimento
  • Esiti invalidanti permanenti nei casi più gravi

Fattori tecnici del mezzo

Lo sbilanciamento del carico dovuto a zaini e borse altera il baricentro del mezzo, riducendo la stabilità dinamica e aumentando il rischio di perdita di controllo, soprattutto in curva o in frenata.

La scarsa manutenzione del velocipede muscolare, elettrico o a motore determina:

  • usura degli pneumatici;
  • inefficienza del sistema frenante;

La scarsa illuminazione del mezzo riduce la visibilità del rider da parte degli altri utenti della strada e compromette la capacità di individuare tempestivamente ostacoli e dislivelli.

Effetti sulla salute

  • Aumento del rischio di collisioni
  • Cadute improvvise
  • Traumi da frenata inefficace
  • Maggiore gravità delle lesioni in caso di incidente

Fattori umani

Meccanismi patogenetici

Le alterazioni sensoriali, in particolare del visus e dell’udito, compromettono la percezione dell’ambiente circostante e la capacità di anticipare situazioni di pericolo.

Le alterazioni del sistema nervoso centrale e periferico influiscono su:

  • attenzione;
  • tempi di reazione;
  • coordinazione motoria;
  • equilibrio.

L’affaticamento fisico e mentale, spesso associato a ritmi di lavoro intensi e a stress organizzativo, determina un progressivo calo della vigilanza.

L’uso di farmaci interferenti con vigilanza e riflessi amplifica ulteriormente il rischio di errore.

Effetti sulla salute e sulla sicurezza

  • Ritardo di reazione
  • Errori di valutazione
  • Perdita di controllo del mezzo
  • Incremento significativo del rischio di incidente stradale

Altri rischi infortunistici

Aggressioni da persone

Le aggressioni possono derivare da:

  • lamentele per ritardi o modalità di consegna;
  • conflitti legati al traffico;
  • tentativi di furto.

Tali eventi possono verificarsi in modo improvviso e imprevedibile, soprattutto in contesti urbani congestionati o in orari serali e notturni.

Effetti sulla salute

  • Traumi fisici
  • Lesioni da aggressione
  • Stress acuto
  • Disturbi psicologici post-evento
  • Incremento del rischio di stress lavoro-correlato

Aggressioni da animali

Durante le consegne, il rider può entrare in contatto con animali randagi o domestici non adeguatamente controllati, con rischio di attacchi improvvisi.

Effetti sulla salute

  • Morsi
  • Ferite lacero-contuse
  • Rischio infettivo
  • Traumi secondari da caduta

Punture di insetti

L’attività all’aperto espone il rider al contatto con insetti quali vespe, api e zanzare. In soggetti sensibilizzati, anche una singola puntura può innescare una risposta allergica significativa.

Effetti sulla salute

  • Reazioni locali dolorose
  • Reazioni allergiche sistemiche
  • Rischio di shock anafilattico nei soggetti predisposti
  • Distrazione improvvisa con aumento del rischio di caduta

Stress lavoro correlato

Lo stress lavoro-correlato nei rider rappresenta un rischio organizzativo rilevante, determinato dalla pressione sui tempi di consegna, dalla gestione algoritmica della prestazione e dall’esposizione continua a un ambiente urbano complesso. Attraverso meccanismi neuroendocrini e cognitivi, lo stress cronico compromette attenzione, tempi di reazione e capacità decisionale, aumentando il rischio infortunistico e incidendo negativamente sulla salute psicofisica del lavoratore.

Inquadramento del rischio

L’attività dei rider è caratterizzata da una organizzazione del lavoro fortemente condizionata da fattori esterni, quali:

  • pressione sui tempi di consegna;
  • gestione algoritmica delle prestazioni;
  • variabilità degli orari e delle condizioni operative;
  • lavoro svolto in solitudine;
  • interazione continua con traffico, clienti e ambiente urbano.

Tali elementi configurano un rischio da stress lavoro-correlato rilevante, con potenziali ripercussioni sulla salute psicofisica e sulla sicurezza del lavoratore.

Meccanismi patogenetici dello stress

Attivazione neuroendocrina

L’esposizione prolungata a stress organizzativo determina l’attivazione cronica dei sistemi di risposta allo stress:

  • asse ipotalamo–ipofisi–surrene 
  • sistema nervoso simpatico.

Ne consegue un aumento persistente di:

  • cortisolo;
  • catecolamine.

Questa condizione altera i normali meccanismi di adattamento dell’organismo, favorendo affaticamento psicofisico e riduzione della capacità di recupero.

Effetti sul sistema nervoso centrale

Lo stress cronico interferisce con le funzioni cognitive superiori, determinando:

  • riduzione dell’attenzione sostenuta;
  • difficoltà di concentrazione;
  • rallentamento dei processi decisionali;
  • alterazioni del controllo emotivo.

In un’attività di guida su strada, tali alterazioni hanno impatto diretto sulla sicurezza.

Interazione con altri fattori di rischio

Lo stress lavoro-correlato potenzia gli effetti degli altri rischi:

  • amplifica la percezione della fatica fisica;
  • riduce la capacità di compensare deficit sensoriali;
  • peggiora il controllo posturale e motorio.

Fattori organizzativi specifici nei rider

Lo stress nei rider è favorito da:

  • tempi di consegna stringenti;
  • sistemi di valutazione basati su ranking e penalizzazioni;
  • imprevedibilità del carico di lavoro;
  • assenza di pause strutturate;
  • esposizione a conflitti con utenti della strada e clienti;
  • incertezza economica legata alla prestazione.

La gestione algoritmica della prestazione riduce il margine di autonomia del lavoratore, aumentando la percezione di perdita di controllo.

 Probabili effetti sulla salute

Effetti psicologici

  • Ansia
  • Irritabilità
  • Disturbi del sonno
  • Riduzione del benessere psicologico
  • Disturbi dell’adattamento

Effetti fisici

  • Affaticamento cronico
  • Cefalea tensiva
  • Disturbi gastrointestinali funzionali
  • Incremento del rischio cardiovascolare
  • Riduzione delle difese immunitarie

Effetti sulla sicurezza

Lo stress lavoro-correlato determina:

  • riduzione della vigilanza;
  • aumento degli errori;
  • ritardo nei tempi di reazione;
  • scelte rischiose durante la guida.

Questo si traduce in un incremento significativo del rischio infortunistico, soprattutto in condizioni ambientali critiche.

Effetto cumulativo e cronico

Nel tempo, lo stress lavoro-correlato può evolvere verso:

  • burnout;
  • peggioramento di patologie croniche preesistenti;
  • riduzione della capacità lavorativa;
  • aumento dell’assenteismo e degli eventi avversi.

 

Conclusioni:

 

Da quanto su descritto emerge con chiarezza che il lavoro dei rider non è un attività semplice ma un compito complesso che richiede attenzione, rapidità decisionale e buone condizioni psicofisiche, in un contesto rubano spesso critico.

I rischi non agiscono singolarmente , clima, traffico, inquinamento, stress organizzativo e condizioni del mezzo si sommano e si potenziano. 

Per tale motivo la tutela della salute e sicurezza dei  riders non può fermarsi alle misure tecniche, organizzative e DPI. 

E’ necessario interrogarsi anche sullo stato di salute del lavoratore.

Da qui nasce l’esigenza di una sorveglianza sanitaria mirata, che rappresenta il tema centrale della seconda parte di questo approfondimento  e che sarà pubblicato nei giorni prossimi