sabato 7 febbraio 2026

Vedere prima non sempre è meglio: radon, amianto, fumo e il peso delle decisioni nella prevenzione

Ci sono numeri che rassicurano.

E ce ne sono altri che costringono a fermarsi.

La TC torace a basso dosaggio (LDCT) è uno degli esempi più chiari di questa doppia faccia della prevenzione moderna, utile, ma non innocuo,  promettente ma non automatico.

La letteratura scientifica ci dice che nei soggetti ad alto rischio l’impiego della LDCT consente una riduzione della mortalità per tumore polmonare di circa il 20% rispetto allo screening con radiografia del torace.

Un dato importante, che ha segnato un punto di svolta e che giustifica l’interesse crescente verso questo esame.

Ma la stessa letteratura racconta anche il resto della storia.

Negli studi di screening con LDCT è stata descritta una percentuale di falsi positivi che arriva fino al 96,4%.

Significa che la grande maggioranza dei reperti inizialmente sospetti non si traduce in una diagnosi di tumore, ma in controlli ripetuti, follow-up ravvicinati, ansia, talvolta procedure invasive.

Non solo.

Per alcune forme tumorali  in particolare i tumori bronchiolo-alveolari, la sovradiagnosi – cioè l’identificazione di neoplasie che non avrebbero dato segno di sé nel corso della vita della persona è arrivata fino al 78,9%.

Numeri che non smentiscono l’utilità della LDCT.

Radon e amianto: stesso rischio biologico, contesti molto diversi

A rendere il confronto tra radon e amianto ancora più complesso non è solo la diversa entità del rischio biologico, ma il contesto in cui questi rischi vengono letti e governati.

Il radon è oggi trattato prevalentemente come un problema di radioprotezione.

È un rischio ambientale misurabile regolato dal D.Lgs. 101/2020 inserito in una cornice normativa che parla il linguaggio delle dosi, dei livelli di riferimento, della prevenzione primaria e secondaria.

In questo contesto, la sorveglianza sanitaria e il ricorso selettivo alla TC a basso dosaggio vengono percepiti come strumenti tecnici, coerenti con una logica di tutela della salute pubblica.

L’amianto, invece vive ancora dentro una storia diversa.

Non è solo un rischio sanitario è un rischio che porta con sé implicazioni economiche, sociali e medico-legali enormi.

Bonifiche, indennizzi, riconoscimenti di malattia professionale, contenziosi giudiziari  hanno reso l’amianto un tema “pesante”, che va ben oltre la valutazione clinica del singolo lavoratore.

È anche per questo che, nel tempo le indicazioni sulla sorveglianza degli esposti ad amianto hanno assunto un linguaggio più prudente, talvolta difensivo.

Non perché il rischio sia minore anzi, sappiamo che l’associazione amianto + fumo determina un incremento del rischio di carcinoma polmonare di tipo moltiplicativo  ma perché ogni scelta sanitaria ha ricadute che non sono solo mediche.

In altre parole, radon e amianto non vengono trattati in modo diverso perché colpiscono diversamente il polmone, ma perché colpiscono in modo diverso la società, le istituzioni e il sistema economico.

Ed è proprio qui che il ruolo del medico del lavoro diventa più delicato, tenere insieme evidenza scientifica, tutela della salute e responsabilità sociale, senza rinunciare al giudizio clinico.


Radon, fumo e la logica della valutazione clinica

Sappiamo che il radon è un cancerogeno certo e che, nei soggetti fumatori, il rischio di carcinoma polmonare aumenta di circa il 20–30% rispetto ai non fumatori esposti.

Per questo alcuni documenti scientifici  come quelli dell’AIRM  propongono un percorso prudente e strutturato:

  • visita medica preventiva con anamnesi accurata
  • valutazione dei profili di rischio
  • e solo nei soggetti selezionati (età >55 anni, fumo, esposizione significativa) il ricorso alla LDCT

Non uno screening indiscriminato.

Ma una sorveglianza sanitaria mirata in cui l’esame strumentale arriva dopo il ragionamento clinico, non prima.

E quando il rischio si chiama amianto?

È qui che inevitabilmente nasce una domanda.

Se accettiamo questo approccio per il radon, perché diventiamo molto più cauti talvolta quando il rischio riguarda l’associazione amianto + fumo?

Dal punto di vista scientifico, l’amianto non è un fattore “minore”.

Al contrario l’associazione tra esposizione ad amianto e abitudine tabagica determina un effetto moltiplicativo del rischio di carcinoma polmonare, con stime che arrivano fino a 40–50 volte rispetto ai non esposti non fumatori.

Non un incremento percentuale, ma un salto di ordine di grandezza.

Eppure, l' Accordo Stato-Regioni ci ricorda  che la TC va riservata a “casi clinici selezionati” negli EX esposti ad amianto. Difatti raccomandano RX con esecuzione e classificazione standard ILO/BIT

Ma cosa significa davvero “caso clinico”?

Significa solo presenza di sintomi?

O può significare anche profilo di rischio elevato costruito su:

  • esposizioni documentate
  • stili di vita
  • età
  • valutazione clinica individuale?

Il punto non è la TAC.  È il modo in cui la usiamo

I dati sui falsi positivi (96,4%) e sulla sovradiagnosi (78,9%) spiegano bene perché la LDCT non possa diventare uno strumento automatico, né nel radon né nell’amianto.

Ma gli stessi dati non giustificano un rifiuto a priori, giustificano  un uso responsabile, personalizzato, consapevole. La prevenzione efficace non è quella che vede tutto.

È quella che sceglie cosa guardare quando e per chi sapendo che ogni esame porta con sé benefici, limiti e conseguenze umane.

Una riflessione aperta

Se accettiamo la LDCT per:

  • radon + fumo dopo valutazione clinica, età >55 anni e fumo di sigaretta 

forse dovremmo avere il coraggio di porci la stessa domanda per:

  • amianto + fumo, senza automatismi ma anche senza preclusioni ideologiche.

Non per fare screening di massa.

Ma per non rinunciare a priori a uno strumento che può essere utile quando il rischio è davvero alto.

Perché la medicina del lavoro vive esattamente  nel punto in cui i numeri incontrano le persone e il giudizio clinico conta ancora più dell’esame.

Al  seguente link è possibile leggere un altro articolo sul Radon

https://gennarobilancio.blogspot.com/2025/12/perche-per-il-radon-non-basta-leggere-i.html

Gennaro 

Bilancio Medico del Lavoro

Scrivo per chiarire dubbi, non per dare risposte comode


giovedì 5 febbraio 2026

Rischio Chimico nello stampaggio delle materie plastiche: Quando la Sorveglianza Sanitaria è appropriata ( e quando no)

 

La valutazione del rischio chimico nelle attività di stampaggio delle materie plastiche richiede un approccio che parta dalla descrizione del processo reale, così come oggi viene effettivamente svolto nelle aziende del settore, evitando valutazioni astratte o fondate esclusivamente sulla pericolosità teorica delle sostanze. Il rischio chimico infatti non è determinato dalla sola presenza di un agente ma dipende dalla forma fisica, dalle modalità d’impiego, dalla frequenza e durata delle esposizioni e dall’insieme delle misure tecniche e organizzative adottate.
Nelle moderne attività di stampaggio le materie prime utilizzate sono prevalentemente polimeri in forma granulare.

In questo contesto assume particolare rilievo identificare le sostanze cancerogene, mutagene e reprotossiche (CMR), ovvero quelle capaci di indurre tumori, alterazioni genetiche o danni alla fertilità e allo sviluppo embrio-fetale. Si tratta di sostanze considerate dalla normativa europea e dal D. Lgs. 81/08 come a elevata pericolosità intrinseca, per le quali sono previste misure preventive rafforzate.

I polimeri comunemente utilizzati nello stampaggio moderno quali polipropilene, polietilene, polistirene, ABS, poliammidi, policarbonato e resine acetaliche non sono di per sé classificati come CMR.

Tuttavia, in condizioni di lavorazione non corrette, in particolare in caso di surriscaldamento o degradazione termica, alcuni di essi possono liberare sostanze che rientrano nelle categorie CMR o che presentano proprietà sensibilizzanti.

Le resine acetaliche (POM) rappresentano il caso più noto sotto questo profilo, poiché in condizioni di degradazione possono liberare formaldeide, sostanza classificata come cancerogena di categoria 1B e mutagena di categoria 2, oltre che fortemente irritante e sensibilizzante.

 Analogamente, il policarbonato può, in caso di temperature eccessive o permanenza prolungata del materiale fuso, liberare bisfenolo A, sostanza classificata come reprotossica.

Nel caso di polistirene e ABS, un’alterazione delle condizioni di processo può determinare il rilascio di stirene classificato come sospetto cancerogeno (Carc. 2), mentre per alcune formulazioni di ABS (Acrilonitrile, Butadiene e Stirene) e in particolare in presenza di materiale riciclato o di processi non stabili, possono liberarsi tracce di acrilonitrile, sostanza classificata come cancerogena di categoria 1B.

Per altri polimeri di largo impiego quali polipropilene, polietilene e poliammidi, le sostanze eventualmente liberabili in caso di anomalia di processo rientrano prevalentemente nella categoria degli irritanti (aldeidi, ammine, composti volatili a basso peso molecolare risultano generalmente associate a fenomeni di evidente surriscaldamento o degradazione.

È importante sottolineare che, nelle condizioni operative moderne, caratterizzate da:

  • utilizzo di materie prime in forma granulare e additivate,
  • controllo puntuale delle temperature di processo,
  • sistemi di aspirazione localizzata,
  • procedure operative per avvio, spurgo e cambi di produzione,

la liberazione di sostanze CMR non rappresenta la condizione ordinaria del processo ma è confinata a eventi anomali o non routinari, di breve durata e facilmente individuabili attraverso segnali sentinella quali odori pungenti, fumi visibili o instabilità del processo.

Pertanto, pur riconoscendo che alcuni polimeri possono teoricamente dare origine a sostanze CMR in condizioni di degradazione, la valutazione del rischio deve basarsi sulla probabilità reale di tali eventi e sulla durata e frequenza dell’esposizione, che, nel contesto descritto, risultano limitate, episodiche e adeguatamente controllate dalle misure preventive adottate.

Come già riportato nei paragrafi precedenti i materiali oggi più comunemente impiegati comprendono polipropilene, polietilene, polistirene, ABS, poliammidi, policarbonato e resine acetaliche.

Questi polimeri sono scelti perché offrono buone prestazioni meccaniche e termiche e soprattutto, perché consentono una trasformazione per fusione senza l’impiego di solventi, riducendo alla fonte il rischio chimico.

Nel processo moderno di stampaggio delle materie plastiche, anche il tema dei coloranti, dei pigmenti e degli additivi va letto alla luce di una profonda evoluzione tecnologica e normativa che ha cambiato radicalmente il modo in cui queste sostanze arrivano e vengono utilizzate in azienda.

Oggi colorare o additivare una plastica non significa più introdurre manualmente sostanze chimiche “libere” nel processo produttivo. I coloranti e i pigmenti vengono quasi sempre forniti sotto forma di masterbatch, cioè granuli polimerici in cui il pigmento è già inglobato e stabilizzato all’interno di una matrice compatibile. Questo significa che il lavoratore non entra in contatto con la sostanza colorante in quanto tale, ma manipola un materiale solido, compatto e facilmente dosabile, analogo per comportamento al polimero di base.

La normativa europea ha avuto un ruolo decisivo in questa trasformazione. Nel tempo l’applicazione del regolamento REACH e del sistema di classificazione CLP ha progressivamente escluso dal mercato industriale ordinario i pigmenti contenenti metalli pesanti, i coloranti azoici in grado di liberare ammine aromatiche cancerogene e, più in generale, le sostanze con classificazione CMR o con potenziale sensibilizzante non giustificabile. Ciò che oggi viene utilizzato nelle filiere produttive standard è quindi il risultato di una selezione preventiva a monte che riduce drasticamente la pericolosità intrinseca dei materiali impiegati.

I pigmenti attualmente più diffusi sono pigmenti organici selezionati o pigmenti inorganici stabili, come gli ossidi di ferro scelti per la loro resistenza termica e chimica. Anche il biossido di titanio spesso citato come elemento critico viene utilizzato nello stampaggio esclusivamente in forma inglobata nel masterbatch.  La sua classificazione come sospetto cancerogeno riguarda infatti solo l’inalazione di polveri respirabili, condizione che non si realizza nel processo di stampaggio che utilizza granuli.

Un discorso analogo vale per gli additivi. Gli additivi oggi più comunemente impiegati, quali antiossidanti, stabilizzanti termici e UV, lubrificanti di processo, antistatici e agenti nucleanti, sono utilizzati in percentuali molto basse, e sono progettati per rimanere inglobati nella matrice polimerica durante l’intero ciclo di lavorazione. Anche in questo caso la normativa ha progressivamente orientato il mercato verso sostanze con un profilo tossicologico più favorevole, escludendo o limitando fortemente additivi con classificazione CMR o con elevato potenziale sensibilizzante.

Il risultato pratico è che nello stampaggio moderno i coloranti, i pigmenti e gli additivi non rappresentano una fonte strutturale di esposizione chimica. La loro presenza non comporta in condizioni ordinarie di processo un rischio apprezzabile per la salute dei lavoratori, né sotto il profilo cancerogeno, né mutageno, né reprotossico, né sensibilizzante. Eventuali criticità possono emergere solo in contesti specifici e non ordinari, come la manipolazione di polveri durante il compounding (miscelazione), l’utilizzo di prodotti non conformi alla normativa europea o la lavorazione in condizioni di marcato surriscaldamento, che portano alla degradazione del materiale.

In un processo correttamente gestito, con controllo delle temperature, utilizzo di sistemi di aspirazione localizzata e rispetto delle procedure operative, la funzione di coloranti e additivi resta quella per cui sono stati progettati, ossia migliorare le prestazioni del materiale e la qualità del prodotto finito, senza tradursi in un aggravio significativo del rischio chimico. Anche sotto questo profilo quindi il quadro che emerge è coerente con una valutazione del rischio chimico orientata alla reale esposizione e non alla sola pericolosità teorica delle sostanze, e con la classificazione del rischio come irrilevante per la salute nelle condizioni operative descritte.

Lo stoccaggio delle materie prime avviene in sacchi, big-bag, silos o contenitori chiusi, e il trasporto interno verso le presse è prevalentemente automatizzato tramite sistemi pneumatici o coclee. Anche questi aspetti concorrono a ridurre in modo significativo la possibilità di esposizione chimica.

Il processo di stampaggio si svolge in regime prevalentemente automatico con controllo continuo dei parametri di temperatura, pressione e tempo di ciclo. Il controllo delle temperature di funzionamento rappresenta un elemento centrale anche sotto il profilo del rischio chimico poiché consente di mantenere il materiale all’interno della corretta finestra di lavorazione ed evitare fenomeni di degradazione termica.

È importante sottolineare che nei processi moderni correttamente gestiti, le quantità di tali sostanze risultano molto basse, episodiche e concentrate in brevi finestre temporali, e vengono ulteriormente ridotte dalla presenza di aspirazione localizzata e ventilazione degli ambienti. Non si tratta quindi di emissioni continue ma di eventi puntuali legati a deviazioni dal regime ottimale.

Un aspetto spesso oggetto di equivoci riguarda il rischio da solventi. Nello stampaggio delle materie plastiche in senso stretto i solventi non fanno parte del processo produttivo, poiché la trasformazione avviene per fusione del polimero. Il rischio da solventi può presentarsi esclusivamente in attività accessorie quali la pulizia degli stampi, la manutenzione ordinaria o straordinaria, la pulizia di ugelli o componenti metallici. In questi casi si utilizzano generalmente alcooli o detergenti tecnici a rapida evaporazione.

Anche in tali situazioni, l’esposizione risulta occasionale e di breve durata, con una frequenza tipicamente settimanale o mensile e una durata per singolo intervento generalmente compresa tra 5 e 15 minuti, spesso a macchina ferma o raffreddata. Il contributo dei solventi al rischio chimico complessivo risulta pertanto marginale.

Le fasi operative che meritano maggiore attenzione dal punto di vista della potenziale esposizione chimica sono l’avvio delle macchine, lo spurgo del materiale e i cambi di produzione. L’avvio delle macchine avviene generalmente una volta per turno, all’inizio dell’attività lavorativa, con una durata media compresa tra 5 e 15 minuti per pressa. Nella pratica corrente questa fase consiste principalmente nella verifica e nell’assestamento dei parametri di processo e non comporta condizioni di degrado del materiale.

Lo spurgo del materiale che rappresenta la fase di maggiore attenzione avviene con frequenza limitata, in genere una o due volte al giorno per pressa, ed ha una durata contenuta compresa tra 2 e 10 minuti per evento. Si tratta di un’operazione breve, localizzata e non continuativa, svolta in presenza di aspirazione localizzata e procedure operative specifiche.

I cambi di produzione che includono spurgo regolazioni e assestamento del processo hanno una durata complessiva mediamente compresa tra 15 e 45 minuti, ma solo una parte limitata di questo tempo è associata a potenziali emissioni chimiche concentrate prevalentemente nella fase di spurgo.

Considerando complessivamente l’avvio macchina, gli spurghi e gli eventuali cambi di produzione, il tempo totale di possibile esposizione chimica risulta episodico e circoscritto, generalmente inferiore a 20–30 minuti complessivi per turno di lavoro, a fronte di una durata del turno pari a circa 8 ore.

Il processo è supportato da un sistema strutturato di misure preventive e protettive, che comprende il controllo delle temperature, la presenza di cappe e aspirazione localizzata sulle presse, la ventilazione degli ambienti, la manutenzione programmata degli impianti, procedure operative per le fasi non routinarie e la formazione dei lavoratori. Tali misure consentono di intercettare le emissioni alla fonte e di mantenere l’esposizione entro livelli tecnicamente contenuti.

Alla luce delle caratteristiche del processo, della forma fisica delle sostanze utilizzate, della bassa frequenza e breve durata delle operazioni potenzialmente emissive, nei casi in cui non sono utilizzate materie prime con possibile liberazione di agenti cancerogeni e sensibilizzanti, l’esposizione chimica risulta limitata, non continuativa e adeguatamente controllata. La dose potenzialmente assorbita non è tale da determinare effetti sistemici apprezzabili o effetti a carico di organi bersaglio diversi dall’apparato respiratorio, possono persistere, in alcune fasi non routinarie effetti irritativi locali transitori, gestiti dalle misure adottate.

Pertanto, il rischio chimico nelle condizioni di cui ai paragrafi precedenti può essere classificato come irrilevante per la salute, ai sensi dell’art. 223 del D. Lgs. 81/08.

In presenza di un rischio chimico valutato come irrilevante per la salute, non sussiste l’obbligo di attivazione della sorveglianza sanitaria ai sensi dell’art. 41 del D. Lgs. 81/08, fermo restando il mantenimento delle misure preventive e protettive, e l’obbligo di rivalutazione del rischio in caso di modifiche del processo, delle sostanze utilizzate o dell’organizzazione del lavoro. La sorveglianza sanitaria potrà essere attivata su richiesta del lavoratore, qualora il medico competente ne valuti la pertinenza in relazione ai rischi professionali.

Il quadro complessivo che emerge è quello di un processo produttivo moderno, controllato e tecnicamente evoluto, nel quale il rischio chimico viene valutato sulla base della reale esposizione e non della sola pericolosità teorica delle sostanze. In presenza di misure efficaci, esposizioni brevi e a bassa frequenza e in assenza di agenti cancerogeni e sensibilizzanti, la classificazione del rischio come irrilevante per la salute risulta coerente, proporzionata e pienamente conforme ai principi della prevenzione.

Cenni di Sorveglianza sanitaria

Nei contesti in cui sia ritenuto necessario attivare la sorveglianza sanitaria, questa deve essere impostata secondo criteri di appropriatezza, proporzionalità e miratezza agli effettivi rischi, evitando accertamenti routinari non giustificati. Il fulcro della valutazione resta una anamnesi lavorativa e clinica approfondita, affiancata da un esame obiettivo accurato, con particolare attenzione all’apparato respiratorio, considerata la via inalatoria come principale modalità di esposizione nello stampaggio delle materie plastiche. In tale ottica qualora il rischio sia orientato prevalentemente verso possibili effetti irritativi o funzionali a carico del polmone, può risultare utile l’esecuzione di un esame spirometrico, da ripetersi con periodicità biennale o modulata in funzione dell’entità del rischio, della tipologia di processo e delle condizioni di salute individuali del lavoratore. Al contrario in assenza di esposizioni specifiche a sostanze con comprovati effetti sistemici, gli esami ematochimici non risultano indicati, in quanto privi di reale valore predittivo o preventivo ai fini del giudizio di idoneità, e non supportati dalle principali evidenze scientifiche in ambito di medicina del lavoro

 

ATTENZIONE - Precisazioni

1.    👉 Nel valutare il rischio chimico nei diversi processi di stampaggio delle materie plastiche è importante considerare che, pur condividendo gli stessi principi di base, le modalità di esposizione possono variare leggermente in funzione della tecnologia adottata: nello stampaggio a iniezione, caratterizzato da un ciclo chiuso e discontinuo, le possibili emissioni risultano generalmente limitate e concentrate nelle fasi brevi di avvio, spurgo e cambio produzione; nei processi a compressione, pur mantenendo una logica simile, il materiale può risultare maggiormente esposto durante le fasi di carico e apertura dello stampo, rendendo più rilevante il controllo dei tempi e dell’aspirazione; nell’estrusione, trattandosi di un processo continuo, l’attenzione deve essere posta soprattutto sulla durata delle operazioni non routinarie e sull’efficacia dell’aspirazione lungo la linea, poiché le esposizioni, pur a basse concentrazioni, possono protrarsi più a lungo; nei processi di soffiaggio e termoformatura il rischio chimico è generalmente contenuto, ma richiede una ventilazione adeguata in relazione alle superfici calde e ai volumi di materiale riscaldato.

In tutti i casi, più che la tecnologia in sé, risultano determinanti la stabilità del processo, il controllo delle temperature e la qualità delle misure preventive adottate.

👉Le considerazioni e le conclusioni riportate nel presente documento si riferiscono a processi di stampaggio delle materie plastiche tecnologicamente aggiornati, correttamente progettati e gestiti, nei quali risultano effettivamente presenti controllo delle temperature di processo, sistemi di aspirazione localizzata funzionanti, procedure operative codificate, e un programma di manutenzione ordinaria e straordinaria adeguato.

Tali condizioni tuttavia non possono essere date per scontate in tutti i contesti produttivi; persistono infatti, sul territorio, realtà aziendali caratterizzate da impianti obsoleti, da carenze manutentive, dall’impiego di materie prime e additivi di qualità non adeguata, nonché da un’organizzazione del lavoro che prevede cambi di produzione molto frequenti e non sempre correttamente gestiti. In questi contesti il controllo del processo può risultare meno efficace e aumentare la probabilità di fenomeni di surriscaldamento, degradazione del materiale e dispersione di emissioni non intercettate.

Per tali motivi quanto descritto nella presente relazione non deve essere inteso come una valutazione generalizzabile in modo automatico ma come un quadro di riferimento applicabile esclusivamente laddove le condizioni operative corrispondano a quelle analizzate. In presenza di impianti datati, dalla manutenzione inadeguata, con assenza o inefficienza dei sistemi di aspirazione, con uso di prodotti non conformi, o con una elevata instabilità produttiva, il rischio chimico può assumere caratteristiche differenti e richiede una verifica puntuale e specifica.

Resta pertanto imprescindibile che ogni valutazione del rischio chimico sia contestualizzata al singolo ciclo produttivo, basata sull’osservazione diretta del processo reale e periodicamente aggiornata, in particolare in caso di modifiche tecnologiche, organizzative o di aumento della frequenza delle fasi non routinarie. Solo attraverso questa verifica continua è possibile garantire che la classificazione del rischio, inclusa l’eventuale definizione di rischio irrilevante per la salute, rimanga coerente con le condizioni effettive di lavoro e con i principi di tutela previsti dalla normativa vigente.

Gennaro Bilancio Medico del Lavoro

Scrivo per chiarire dubbi, non per dare risposte comode

 

 

sabato 31 gennaio 2026

Vigilanza e salute dei lavoratori: il cambiamento in atto tra ASL e ITL e i rischi di uno squilibrio silenzioso

Chi opera oggi nel sistema pubblico di tutela della salute e sicurezza nei luoghi di lavoro ha la chiara percezione che qualcosa sia cambiando. Le norme evolvono, i ruoli si ridefiniscono e le competenze si spostano. Tuttavia non sempre è evidente in quale direzione complessiva si stia andando.

Negli ultimi anni il  cambiamento è stato progressivo non sempre dichiarato apertamente ma chiaramente visibile  nelle scelte normative, organizzative e operative che stanno ridefinendo ruoli, strumenti e responsabilità dei diversi attori istituzionali.

Il recente bando pubblicato da alcune ATS della Regione Lombardia che prevede l’affidamento a liberi professionisti di attività riconducibili alla vigilanza in materia di salute e sicurezza sul lavoro, rappresenta un segnale concreto di questo cambiamento e offre l’occasione per una riflessione più ampia sul futuro del sistema pubblico di prevenzione

Le recenti modifiche normative hanno attribuito   all’Ispettorato Territoriale del Lavoro (ITL) un ruolo sempre più centrale nelle attività di vigilanza con :
  • ampliamento delle competenze 
  • potenziamento degli organici
  • forte visibilità mediatica delle attività ispettive.

Sempre più spesso anche nel racconto dei mass media la vigilanza viene associata quasi esclusivamente all’ITL mentre il ruolo delle ASL pur restando sostanziale, appare meno visibile nel discorso pubblico.

Quanto sopra riportato merita una riflessione :

Storicamente dal 1978 le attività di vigilanza in materia di salute e sicurezza erano di competenza quasi esclusiva delle ASL , oggi a seguito delle modifiche normative intervenute negli ultimi anni tali competenze risultano condivise tra ASL e ITL entrambi riconosciuti come organi di vigilanza. Tuttavia nella pratica organizzativa e comunicativa si assiste a un progressivo spostamento del baricentro operativo e istituzionale verso ITL, senza un analogo rafforzamento delle ASL.

Questo pone una domanda legittima che non è polemica ma sistemica: 

se gli organi di vigilanza sono sia ASL che ITL, perché il potenziamento delle competenze e delle risorse viene orientata prevalentemente verso un solo soggetto?

Il rischio non è formale ma sostanziale  uno squilibrio che può tradursi in una perdita progressiva della componente sanitaria della vigilanza .

Accanto al rafforzamento  dell'ITL permane una criticità oggettiva che merita attenzione : l'assenza allo stato attuale di medici del lavoro negli organici dell'Ispettorato. 

Questa assenza limita la possibilità di svolgere in autonomia attività fondamentali quali:


  • ricorsi avversi ai giudizi di idoneità;
  • valutazione dei protocolli di sorveglianza sanitaria secondo indirizzi scientifici;
  • verifica della coerenza tra valutazione dei rischi e accertamenti sanitari;
  • emersione e indagine delle malattie professionali;
  • approfondimento di infortuni complessi in cui lo stato di salute del lavoratore abbia avuto un ruolo determinante.

Il rischio è quello di una vigilanza forte sul piano ispettivo e sanzionatorio ma parziale sul piano sanitario, proprio laddove si concentra il maggiore carico di malattia secondo l’OMS.

Inoltre è  importante chiarire che  i Tecnici della Prevenzione nell’Ambiente e nei Luoghi di Lavoro (TPALL) operano sia nelle ASL sia nell’ITL ma all’interno di modelli istituzionali profondamente diversi.

Nelle ASL  i TPALL sono parte integrante del Servizio Sanitario Nazionale e operano in un modello sanitario integrato in stretta collaborazione con la medicina del lavoro . 

La differenza non è tra professionalità ma tra modelli di intervento sanitario-integrato nelle ASL, ispettivo-amministrativo nell’ITL.

Il ruolo delle ASL ma sotto pressione 

Le ASL continuano a garantire:

  • integrazione tra vigilanza e tutela della salute,
  • valutazione del nesso rischio-danno,
  • indagini sanitarie sugli esiti lavorativi,
  • attuazione dei Piani di Prevenzione nazionali e regionali,
  • promozione di buone pratiche.

Tuttavia  a fronte anche di nuove responsabilità ( Piani di Prevenzione) non si è assistito a un potenziamento strutturale equivalente e si è progressivamente fatto ricorso a soluzioni temporanee e esternalizzate

Lo svuotamento degli organici ASL: un segnale da ascoltare 

In questo quadro già complesso emerge un ulteriore elemento che merita attenzione:  il  progressivo svuotamento degli organici delle ASL dovuto al passaggio di professionisti medici vincitori di concorso verso altri enti come l’INPS.

Questo fenomeno non può essere letto esclusivamente come una scelta individuale o opportunistica, ma come espressione di un malessere organizzativo più ampio, legato a:

  • carichi di lavoro crescenti e spesso non sostenibili;
  • responsabilità elevate non sempre accompagnate da adeguato riconoscimento;
  • incertezza sul futuro del ruolo della vigilanza sanitaria pubblica;
  • percezione di un sistema in continua riorganizzazione, ma senza una direzione chiara.

Ignorare questo segnale significa rischiare di perdere competenze formate nel tempo e  idi alimentare un circolo vizioso di sovraccarichi e nuove uscite .

Pertanto senza un investimento reale sulle ASL in termini di organici, riconoscimento e prospettive ogni tentativo di rafforzare il sistema di vigilanza rischia di poggiare su basi sempre più fragili.


Quali possono essere  gli scenari futuri?


Se come afferma l'OMS che le malattie professionali rappresentano oggi il principale esito delle esposizioni lavorative, la componente sanitaria svolta da TPALL e MEDICI  non può essere marginalizzata. 

La tutela della salute dei lavoratori richiede equilibrio, integrazione e investimenti strutturali.

In assenza  di una visione complessiva , il rischio è quello di un sistema che controlla di più, ma protegge meno. 

Gennaro Bilancio Medico del Lavoro

Scrivo per chiarire dubbi, non per dare risposte comode