Il caldo non si misura soltanto: si gestisce , Cosa deve fare il medico competente in merito alla collaborazione della valutazione dei rischi?
Leggere la valutazione, comprenderne i limiti, sapere quando approfondire
Collaborare alla valutazione dei rischi significa qualcosa di più che ricevere un DVR già concluso e prenderne atto.L’art. 25 del D.Lgs. 81/2008 stabilisce che il medico competente collabora con il datore di lavoro e con il Servizio di prevenzione e protezione alla valutazione dei rischi, anche ai fini della programmazione della sorveglianza sanitaria e della predisposizione delle misure per la tutela della salute e dell’integrità psicofisica dei lavoratori. L’art. 29 conferma che la valutazione è effettuata dal datore di lavoro in collaborazione con RSPP e, nei casi previsti, medico competente.
Nel rischio microclimatico questo ruolo assume un significato particolare. Il medico competente possiede infatti una parte dell’informazione che il mero dato strumentale non contiene: conosce la fisiologia della termoregolazione, gli effetti del caldo sull’organismo, le condizioni individuali che possono ridurre la tolleranza termica e i risultati della sorveglianza sanitaria.
Per collaborare in maniera efficace, tuttavia, deve anche essere capace di interrogare la parte tecnica della valutazione.
Quale metodo è stato utilizzato? È quello appropriato per questa situazione? Quali variabili sono state considerate? Le misurazioni rappresentano davvero l’esposizione? e, soprattutto, che cosa il risultato mi dice e che cosa, invece, non può dirmi?
È da queste domande che nasce una collaborazione concreta alla valutazione del rischio.
Valutare significa gestire
Una valutazione è realmente credibile e utilizzabile quando non si limita a descrivere il problema, ma consente di decidere come eliminarlo o ridurlo. Il principio deriva dalle misure generali di tutela dell’art. 15 del D.Lgs. 81/2008 e, per gli agenti fisici, dalla finalità attribuita alla valutazione dagli artt. 181 e 182: identificare e adottare le opportune misure di prevenzione e protezione.
Il contributo del medico competente diventa concreto quando collega il dato tecnico alle possibili conseguenze sanitarie e sottopone al datore di lavoro e al Servizio di prevenzione e protezione rilievi e proposte coerenti con le proprie competenze. Non gli è richiesto di progettare l’impianto o di sostituire chi esegue la valutazione tecnica; gli è richiesto di rendere visibile ciò che quella valutazione comporta per la salute e ciò che potrebbe non rappresentare adeguatamente.
La prima domanda: che ambiente stiamo valutando?
Il Portale Agenti Fisici propone una prima distinzione fondamentale.
Quando i parametri microclimatici possono essere modificati senza interferire con il processo produttivo si parla di ambienti moderabili. In questi ambienti l’obiettivo è normalmente il comfort termico e il riferimento è rappresentato dagli indici PMV e PPD della UNI EN ISO 7730.
Quando invece esistono vincoli produttivi o ambientali che impediscono di raggiungere condizioni di comfort, siamo di fronte ad ambienti termici vincolati o severi: negli ambienti caldi la valutazione si orienta verso WBGT e PHS.
Questa distinzione non coincide semplicemente con indoor e outdoor.
Un ufficio climatizzato è normalmente un ambiente moderabile. Una fonderia, una vetreria, un reparto con forni ceramici o altre lavorazioni caratterizzate da importanti sorgenti radianti possono invece costituire ambienti indoor severi caldi. INAIL richiama proprio le esigenze produttive e la vicinanza a forni ceramici o fusori come esempi di condizioni microclimatiche estreme.
Esiste poi una terza situazione, oggi sempre più importante: capannoni, magazzini, officine, strutture logistiche, serre o altri ambienti chiusi non climatizzati nei quali le condizioni interne dipendono fortemente da quelle esterne. Durante un’ondata di calore, un ambiente originariamente considerato moderabile può uscire dal campo del semplice discomfort ed entrare in una condizione nella quale la termoregolazione viene significativamente sollecitata.
Il PAF evidenzia infatti che, quando i parametri escono dal campo di applicabilità del PMV , il valore perde efficacia come indicatore di comfort e devono essere considerate possibili conseguenze sulla salute. Questi valori rappresentano limiti di applicabilità del metodo, non soglie universali oltre le quali inizi automaticamente il danno da caldo.
Questo è un primo controllo che il medico competente dovrebbe saper effettuare: se il DVR continua a utilizzare PMV e PPD in condizioni nelle quali il metodo è uscito dal proprio campo di applicabilità, va chiesto un approfondimento.
Una classificazione che non deve diventare un’etichetta
Moderabile e vincolato descrivono lo scenario di esposizione, non una qualità immutabile dell’edificio. Lo stesso capannone può essere confortevole in una parte dell’anno e diventare critico durante un’ondata di calore o in caso di inefficienza degli impianti. Analogamente, l’elevato costo della climatizzazione generale non rende automaticamente l’ambiente “vincolato”: devono essere comunque valutati gli interventi tecnici concretamente praticabili, anche localizzati, prima di affidare la tutela alle sole misure organizzative o ai DPI.
Le parole chiave, tradotte in decisioni
Gli acronimi sono utili soltanto se aiutano a capire che cosa sta accadendo e quale passo compiere. La tabella seguente riassume il significato operativo degli indicatori più ricorrenti.
Indice | Significato | Uso e limite |
PMV | Predicted Mean Vote - voto medio previsto | Stima il giudizio termico medio di un gruppo sulla scala da -3 (freddo) a +3 (caldo). Serve per il comfort in ambienti moderati; non predice il danno da caldo. |
PPD | Predicted Percentage of Dissatisfied - percentuale prevista di insoddisfatti | Deriva matematicamente dal PMV. Anche con PMV = 0 rimane circa il 5% di insoddisfatti; cresce quanto più il PMV si allontana da zero. |
WBGT | Wet Bulb Globe Temperature | Indice di screening dello stress da caldo. Il confronto con il valore di riferimento considera metabolismo e acclimatazione; se il riferimento è superato occorrono misure o un approfondimento. |
PHS | Predicted Heat Strain - sollecitazione termica prevedibile | Modello fisiologico che stima nel tempo temperatura interna e perdita idrica. È più analitico del WBGT, ma non descrive la risposta del singolo lavoratore. |
Dlim | Durata limite di esposizione | Tempo previsto per raggiungere il primo criterio fisiologico del modello. Non è il minuto in cui compare la malattia: indica il limite preventivo oltre il quale la condizione non è più considerata accettabile. |
Heat Index | Indice di calore o temperatura apparente | Combina temperatura e umidità. È utile come allerta o trigger operativo, ma non incorpora direttamente metabolismo, irraggiamento, vento, abbigliamento e DPI. |
Un esempio pratico
In un ufficio, un PMV di +0,5 corrisponde a un PPD di circa il 10%: descrive un lieve scostamento dal comfort. Un PMV di +3 conduce matematicamente a un PPD prossimo al 100%, ma se temperatura, umidità o altri parametri sono fuori dal campo di applicabilità del metodo quel risultato non può essere utilizzato come misura del rischio sanitario. In tale situazione il dato utile non è “tutti sono insoddisfatti”; è la necessità di passare dalla valutazione del comfort alla valutazione dello stress termico.
Analogamente, se in una determinata attività il WBGT misurato supera il valore di riferimento appropriato per metabolismo e acclimatazione, non significa che il lavoratore si ammalerà in quel momento. Significa che lo screening non consente di escludere lo stress e deve far scattare le misure previste o un approfondimento mediante PHS.
Cosa deve conoscere il medico competente della valutazione microclimatica?
Dietro ogni indice ci sono almeno sei elementi fondamentali:
ambiente: temperatura dell’aria, temperatura media radiante, umidità/pressione di vapore, velocità dell’aria;
lavoratore e lavoro: metabolismo associato all’attività e caratteristiche termiche dell’abbigliamento.
Il PAF richiama espressamente queste grandezze; per il PHS la ISO 7933:2023 richiede temperatura dell’aria, temperatura media radiante, pressione parziale del vapore e velocità dell’aria, oltre al metabolismo determinato secondo ISO 8996/2022 e alle caratteristiche dell’abbigliamento secondo ISO 9920/2009
Per il medico competente questo punto è decisivo.
Un valore microclimatico acquista significato sanitario soltanto quando viene messo in relazione con ciò che il lavoratore sta realmente facendo.
Un addetto che guida un mezzo, un muratore che movimenta materiali e un lavoratore che utilizza un martello demolitore possono operare nello stesso cantiere, alla stessa temperatura e alla stessa ora, ma produrre quantità molto differenti di calore metabolico.
Analogamente, due lavoratori con uguale attività metabolica possono avere uno strain completamente diverso se uno indossa abbigliamento leggero e l’altro una tuta i”mpermeabile”.
“Il metabolismo e l’abbigliamento inseriti nel calcolo rappresentano realmente quel lavoro?”
Quando e dove misurare: la rappresentatività viene prima del numero
La collaborazione del medico competente comprende anche la verifica della pianificazione delle misurazioni, soprattutto quando riportato nella relazione non coincide con il lavoro osservato o con i disturbi riferiti dai lavoratori. Una misura eseguita correttamente, ma nel momento o nel luogo sbagliato, può produrre un risultato preciso e tuttavia non rappresentativo.
· Periodo dell’anno e orario: le misure devono rappresentare le condizioni critiche ricorrenti e ragionevolmente prevedibili, non una giornata casualmente favorevole.
· Postazioni: negli ambienti disomogenei i punti devono descrivere le differenti esposizioni, comprese le zone con scarso movimento dell’aria, maggiore irraggiamento o attività metabolica più intensa.
· Durata e fasi: se il lavoratore alterna compiti o aree diverse, la valutazione deve ricostruire la sequenza reale e non limitarsi a una media che nasconda i picchi.
· Gruppi omogenei: l’omogeneità va verificata rispetto a compito, metabolismo, abbigliamento, durata e ambiente, non soltanto rispetto al nome della mansione.
Esempio: in un capannone logistico di grandi dimensioni, una misura vicino a un portone aperto non può rappresentare automaticamente una postazione interna fra scaffalature su più livelli, dove la velocità dell’aria può essere prossima a zero. Il medico competente non decide il numero delle sonde, ma può evidenziare che la distribuzione scelta non descrive le esposizioni rilevanti.
WBGT: lo screening dello stress termico
La UNI EN ISO 7243:2017 definisce il WBGT come metodo di screening per stabilire la presenza o l’assenza di stress termico. È applicabile sia agli ambienti occupazionali indoor sia a quelli outdoor e considera l’esposizione complessiva nel corso della giornata lavorativa fino a otto ore, la norma specifica che non è destinato alle esposizioni molto brevi.
Il WBGT combina la temperatura di bulbo umido naturale e quella di globo e, in presenza di radiazione solare diretta, anche la temperatura dell’aria.
La sua forza è la semplicità.
La sua debolezza è la stessa: semplifica una realtà fisiologica molto più complessa.
Il valore ottenuto viene confrontato con valori di riferimento che dipendono dal metabolismo e dall’acclimatazione, quando l’abbigliamento differisce da quello di riferimento vengono utilizzati specifici Clothing Adjustment Values. Se il WBGT supera il riferimento, il PAF indica due possibilità: ridurre lo stress termico oppure procedere a una valutazione più approfondita mediante PHS.
Il medico competente deve quindi sapere leggere il WBGT come uno screening , piuttosto che come la conclusione dell’intera valutazione.
Un WBGT inferiore al riferimento significa che, nell’ambito delle condizioni e della popolazione per cui il metodo è applicabile, lo screening non identifica uno stress termico che richieda ulteriori approfondimenti.
Non significa che quello stesso risultato possa essere automaticamente trasferito a un lavoratore con particolare vulnerabilità.
Il PAF è esplicito: il WBGT, ai fini preventivi, è utilizzabile per soggetti che non presentino vulnerabilità termica per quelli vulnerabili vanno previste misure specifiche anche in condizioni classificate a rischio basso. Analoga cautela è richiamata in presenza di DPI impermeabili o indumenti pesanti.
Il metodo caratterizza l’esposizione della popolazione di riferimento, la sorveglianza sanitaria identifica chi può discostarsi da quella risposta attesa.
Quando il WBGT non basta: il modello PHS
Quando occorre conoscere più precisamente lo strain fisiologico prevedibile si passa al PHS – Predicted Heat Strain, disciplinato dalla UNI EN ISO 7933:2023.
La differenza rispetto al WBGT è sostanziale.
Il WBGT è un indice empirico di screening.
Il PHS è invece un modello fisiologico basato sul bilancio termico dell’organismo. Calcola in maniera iterativa come evolvono nel tempo, nelle condizioni considerate, principalmente temperatura rettale prevista ( 38 gradi previsti) e perdita idrica.
Il principio fisiologico è intuitivo: Il PHS determina quindi dopo quanto tempo viene raggiunto il primo dei criteri fisiologici assunti come limite. Ed è qui che compare il Dlim, la durata limite di esposizione.
Che cosa significa realmente Dlim?
Immaginiamo che, nelle condizioni inserite nel modello, il limite relativo alla temperatura interna venga raggiunto dopo 190 minuti e quello relativo alla perdita idrica dopo 330 minuti.
Il tempo limitante sarà 190 minuti.
Non significa che allo scadere del minuto 190 il lavoratore si ammali. Significa che da quel punto il modello non considera più soddisfatto il criterio preventivo adottato. La ISO 7933:2023 specifica che il PHS descrive lo strain di persone medie in buona salute e idonee al lavoroche svolgono e determina tempi di esposizione entro i quali i criteri fisiologici sono concepiti per risultare accettabili per il 95% della popolazione esposta.
Pertanto è appropriato, nel contesto occupazionale, parlare di lavoratore medio sano e idoneo all’attività svolta.
Ma attenzione: il 95% non significa che il PHS predica la risposta del singolo lavoratore. La stessa ISO sottolinea che il modello non predice la risposta fisiologica individuale. È proprio al medico competente che compete valutare il rischio per il lavoratore le cui caratteristiche possono differire da quelle del soggetto standard.
Perché proprio 38 °C?
Questo è uno di quei numeri che si ritrovano nelle valutazioni e che rischiano di essere accettati senza chiedersi da dove derivino. Il valore di 38 °C di temperatura rettale non rappresenta la temperatura alla quale compare il colpo di calore. È un criterio preventivo di popolazione.
La sua origine risale alle indicazioni WHO del 1969 relative alle esposizioni lavorative prolungate al caldo. La successiva elaborazione del PHS ha mantenuto 38 °C come obiettivo preventivo; la validazione del modello ha mostrato che, utilizzando 38 °C come limite medio previsto, il 95% delle esposizioni osservate rimaneva al di sotto di 39 °C.
Il valore di 38 °C serve quindi a mantenere un margine di sicurezza prima di arrivare alle condizioni cliniche proprie dell’ipertermia grave o del colpo di calore. È importante che anche questo compaia nella lettura medica del DVR: 38 °C non è una soglia diagnostica, è un limite preventivo del modello.
Un ulteriore passo: la ISO 8025:2024
La recente ISO 8025:2024 – Management of working conditions in hot environments rappresenta un’evoluzione particolarmente interessante perché non si limita a fornire un ulteriore indice: costruisce una strategia di gestione.
La norma è applicabile sia indoor sia outdoor e lega le azioni preventive e la supervisione sanitaria alla gravità dei possibili effetti.
Individua sei classi di esposizione:
Classe | Significato | Criterio |
EC1 | Comfort termico | −0,7 < PMV < 0,7 |
EC2 | Discomfort termico lieve | 0,7 ≤ PMV < 1,7 |
EC3 | Forte discomfort termico | PMV ≥ 1,7 e Dlim ≥ 480 min |
EC4 | Sollecitazione termica a lungo termine | 120 < Dlim < 480 min |
EC5 | Sollecitazione termica a breve termine | 30 < Dlim ≤ 120 min |
EC6 | Sollecitazione termica immediato | Dlim ≤ 30 min |
Per questa classificazione la ISO 8025 definisce il Dlim come il tempo dopo il quale viene raggiunto uno dei due criteri: temperatura centrale pari a 38 °C oppure sudorazione totale superiore al 3% del peso corporeo del lavoratore medio.
Questo punto va distinto dai criteri più articolati di perdita idrica utilizzati dalla ISO 7933, nella quale il limite di disidratazione destinato a proteggere il 95% della popolazione varia anche in relazione alla disponibilità di acqua. Le due norme vanno quindi lette insieme senza sovrapporre automaticamente tutti i rispettivi criteri. La forza della ISO 8025 è rendere immediatamente comprensibile la gravità temporale dell’esposizione.
Un Dlim tra 120 e 480 minuti, ad esempio, significa che, mantenendo le condizioni considerate dal modello, il primo criterio fisiologico limitante è previsto tra due e otto ore di esposizione.
Un Dlim inferiore a 30 minuti descrive invece una condizione nella quale uno dei criteri può essere raggiunto molto rapidamente.
La stessa norma costruisce un percorso progressivo di screening → osservazione → analisi e prevede, al termine, una Thermal Exposure Form che descrive la lavorazione, la classe EC, le misure tecniche e organizzative, le procedure di emergenza e anche le eventuali raccomandazioni sanitarie del professionista responsabile. Qui la collaborazione del medico competente alla valutazione del rischio diventa quasi visibile nel documento.
Il limite più importante del PHS: il modello non è il lavoratore
Il PHS è molto più informativo del WBGT, ma proprio perché è più sofisticato si può essere tentati di attribuirgli una precisione che non possiede. La ISO 7933:2023 avverte che il modello non è stato ampiamente validato quando parametri ambientali, metabolismo o abbigliamento variano sostanzialmente nel tempo. Inoltre, nella sua forma attuale, non è applicabile a determinate tipologie di abbigliamento protettivo speciale, come tute completamente impermeabili, sistemi di raffreddamento attivo o indumenti completamente riflettenti. Questo limite diventa particolarmente importante nell’outdoor.
In un reparto con un forno e un’attività relativamente stabile possiamo descrivere condizioni abbastanza riproducibili.
In un cantiere, invece, nello stesso turno il lavoratore può:
· lavorare all’ombra alle 8;
· salire su un ponteggio al sole alle 11;
· eseguire una lavorazione pesante alle 13;
· spostarsi in un’area ventilata alle 14;
· indossare DPI differenti secondo la fase di lavoro.
Temperatura, irraggiamento, vento, metabolismo e abbigliamento possono cambiare contemporaneamente.
Un singolo numero ottenuto in un singolo momento non è rappresentativo dell’intero turno di lavoro
Outdoor: la valutazione deve diventare dinamica
Per il PAF un ambiente outdoor rappresenta una particolare forma di ambiente termico vincolato e richiede sempre una valutazione del rischio “ Clima esterno”. Questa indicazione comprende espressamente le lavorazioni all’aperto e gli ambienti chiusi non climatizzati fortemente influenzati dalle condizioni termoigrometriche esterne.
Cantieri edili, agricoltura, manutenzione stradale, cave e numerose altre attività rientrano tipicamente in questo quadro; INAIL richiama specificamente agricoltura, cantieri all’aperto e lavori stradali tra le esposizioni condizionate dal clima esterno.
Questo, però, non significa rifare il DVR ogni mattina. Conviene distinguere due livelli. La valutazione strutturale deve individuare scenari prevedibili di esposizione, attività metaboliche, DPI, gruppi di lavoratori, condizioni critiche e misure corrispondenti.
A questa deve affiancarsi una verifica operativa giornaliera, perché la condizione meteorologica reale determina quale degli scenari previsti dal DVR si sta concretizzando.
Il PAF propone, in fase preliminare, anche l’Heat Index ricavato da temperatura e umidità e indica la possibilità di definire preventivamente, mediante PHS, combinazioni di temperatura e umidità che determinano condizioni critiche; la disponibilità di un semplice termoigrometro sul posto di lavoro può quindi essere utilizzata per riconoscere il raggiungimento dei trigger stabiliti nel piano di prevenzione.
Qui occorre però comprendere il limite dell’Heat Index: temperatura e umidità non descrivono da sole l’intera esposizione professionale. Metabolismo, irraggiamento solare, vento, abbigliamento e DPI possono modificare enormemente lo strain.
La verifica giornaliera deve avere un responsabile e conseguenze già definite
Il DVR deve individuare una persona presente sul luogo di lavoro, adeguatamente formata, incaricata di controllare previsioni e condizioni reali e di attivare il piano. Questo vale anche per gli ambienti indoor non climatizzati influenzati dal clima esterno. Il controllo non può limitarsi a leggere la temperatura ma deve confrontare il dato con attività, irraggiamento, ventilazione, abbigliamento, acclimatazione e presenza di lavoratori suscettibili.
Per ogni livello devono essere predefinite le conseguenze: intensificazione del monitoraggio, riduzione delle attività più gravose, rotazioni, pause in ambiente realmente fresco, idratazione, sorveglianza reciproca, rinvio di specifiche fasi e criteri di sospensione. Soglie uguali per tutte le mansioni, costruite sulla sola temperatura dell’aria, sono semplici da applicare ma possono essere insufficienti o incoerenti con il rischio reale.
Perciò Heat Index e previsioni meteorologiche possono essere eccellenti strumenti di allerta e gestione, mentre WBGT e PHS rimangono metodiche standardizzate utilizzabili anche outdoor per una caratterizzazione più specifica dell’esposizione. La UNI EN ISO 7243 dichiara espressamente la propria applicabilità indoor e outdoor; la ISO 8025:2024 fa lo stesso.
Acclimatazione: un dato del lavoratore
Nel lavoro outdoor un altro elemento deve entrare nella valutazione: l’acclimatazione. L’acclimatazione appartiene alla storia recente del lavoratore, mentre il carico termico appartiene alla situazione lavorativa di quel giorno.
Sono due informazioni diverse che devono incontrarsi.
Il PAF indica per i nuovi ingressi o per chi rientra dopo più di una settimana di interruzione un percorso progressivo di acclimatazione generalmente sviluppato in 7–14 giorni e sottolinea che l’adattamento deve essere specifico per il lavoro svolto perché essere acclimatati a un’attività leggera al caldo non significa esserlo automaticamente per un’attività più pesante.
Il NIOSH descrive gli adattamenti fisiologici associati all’acclimatazione quali , la sudorazione più precoce ed efficiente, minore perdita relativa di elettroliti, maggiore stabilità cardiovascolare, maggiore flusso cutaneo e minori frequenza cardiaca e temperatura centrale a parità di lavoro.
Per questo una frase come “lavora all’aperto da dieci giorni, quindi è acclimatato” è incompleta.
“A quale carico termico e metabolico si è acclimatato?” Un lavoratore può essersi adattato a dieci giornate a 28–30 °C con attività moderata e trovarsi improvvisamente di fronte a una giornata molto più calda, con elevato irraggiamento e lavoro pesante. La fisiologia precedente aiuta, ma non rende indifferenti all’aumento del carico.
Dalla misura alle misure: costruire un programma verificabile
Il risultato della valutazione dovrebbe confluire in un programma di intervento che indichi misure, tempi di attuazione, responsabili, risultato atteso e modalità di verifica. La difficoltà di realizzare un unico impianto di climatizzazione non consente di saltare gli interventi tecnici e passare direttamente alla responsabilità individuale del lavoratore.
Livello | Esempi operativi |
1. Eliminare o ridurre alla fonte | Riduzione delle sorgenti calde, isolamento di superfici e processi, schermatura dell’irraggiamento, manutenzione e regolazione degli impianti. |
2. Interventi tecnici localizzati | Raffrescamento delle postazioni fisse, incremento controllato della velocità dell’aria quando efficace, cabine o aree climatizzate di recupero, separazione dalle sorgenti. |
3. Organizzazione e procedure | Riduzione del carico metabolico, rotazione, cicli lavoro-recupero, rinvio delle fasi più gravose, acclimatazione, idratazione, trigger giornalieri e gestione delle emergenze. |
4. Abbigliamento e DPI | Scelta di indumenti compatibili con gli altri rischi, valutazione dell’ostacolo all’evaporazione ed eventuali sistemi refrigeranti. Non sostituiscono le misure collettive praticabili. |
5. Verifica | Nuove misure o simulazioni, controllo dell’effettiva applicazione, raccolta di segnalazioni, sintomi ed eventi sentinella, revisione se il risultato atteso non viene raggiunto. |
Le esigenze produttive e gli accordi logistici con soggetti esterni sono elementi da considerare nella programmazione, ma non eliminano l’obbligo di adottare misure efficaci. Se non è possibile interrompere l’intera attività nelle ore più calde, il piano deve indicare quali compiti vengono ridotti o alternati, dove si recupera, per quanto tempo, chi attiva le misure e con quale criterio.
Gestire la suscettibilità senza trasformarla in un elenco
Gli standard descrivono prevalentemente persone medie, sane e idonee all’attività svolta. La presenza di un risultato ritenuto accettabile per quella popolazione non esaurisce quindi il giudizio per chi presenta una ridotta capacità di termoregolazione, una patologia rilevante, una terapia interferente, una condizione temporanea o un acclimatamento insufficiente.
La sorveglianza sanitaria non dovrebbe consistere in un pacchetto indistinto di esami né in un elenco automatico di esclusioni. Il medico competente può organizzare la propria valutazione lungo tre dimensioni complementari:
· clinico-prognostica: probabilità che la condizione o la terapia aumentino il rischio di disidratazione, instabilità cardiovascolare, alterata percezione del caldo o ridotta capacità di risposta;
· funzionale: capacità concreta di sostenere il metabolismo richiesto, utilizzare i DPI, idratarsi, riconoscere i sintomi e raggiungere tempestivamente l’area di recupero;
· occupazionale: intensità, durata e variabilità dell’esposizione, possibilità di pause efficaci, acclimatazione, lavoro isolato e affidabilità delle misure aziendali.
L’età, il digiuno, una terapia farmacologica o una diagnosi non determinano da soli un giudizio. Diventano rilevanti quando, messi in relazione con l’esposizione reale, modificano la probabilità o la gravità dell’effetto. L’esito può tradursi in informazione mirata, adattamento graduale, pause o recuperi aggiuntivi, maggiore disponibilità di acqua, esclusione temporanea da specifiche fasi o altre misure proporzionate.
Cosa dovrebbe trovare il medico competente in un DVR indoor con possibile stress termico?
Dal punto di vista tecnico-professionale, un DVR che consenta realmente al medico competente di collaborare dovrebbe permettergli di ricostruire almeno questa catena:
Elemento | Cosa deve poter comprendere il medico competente |
Ambiente e processo | Perché si genera il caldo: processo produttivo, forni, superfici radianti, vapore, scarsa ventilazione, influenza delle condizioni esterne |
Postazioni e gruppi esposti | Chi è esposto, dove e durante quali fasi della lavorazione |
Durata | Tempo realmente trascorso nelle diverse condizioni |
Temperatura dell’aria | Ta rappresentativa della postazione |
Irraggiamento | Temperatura media radiante/globo e principali sorgenti radianti |
Umidità | RH o pressione parziale di vapore |
Velocità dell’aria | Presenza o assenza di ventilazione efficace |
Metabolismo | Attività realmente eseguite, possibilmente per singole fasi |
Abbigliamento/DPI | Isolamento, permeabilità e eventuale ostacolo all’evaporazione |
Metodo utilizzato | PMV/PPD, WBGT, PHS e relativa norma tecnica |
Applicabilità | Verifica che i parametri rientrino nel campo per il quale il metodo è valido |
Risultato | Valore dell’indice, riferimento utilizzato e sua interpretazione |
Variabilità | Differenze fra postazioni, turni, stagioni e fasi operative |
Misure preventive | Ventilazione, schermature, isolamento delle sorgenti, pause, aree di recupero, organizzazione del lavoro |
Rischio residuo | Condizione dopo l’attuazione delle misure |
Soggetti suscettibili | Modalità con cui la valutazione integra le indicazioni del medico competente |
Non tutti questi elementi sono un elenco letterale imposto da una singola norma. Rappresentano la traduzione tecnica e sanitaria degli obblighi di valutazione e dei dati richiesti dai metodi utilizzati.
Il medico competente non deve verificare solo che nella relazione compaia scritto “WBGT = 27”.
27 dove? A che ora? Con quale attività? Con quale metabolismo? Con quale abbigliamento? Per quanto tempo? In presenza di quale irraggiamento? Il lavoratore era considerato acclimatato? Il valore rappresenta la situazione più gravosa? Il numero, isolato dal lavoro reale, perde gran parte del suo significato.
E cosa dovrebbe trovare in un DVR per cantiere o agricoltura?
Nell’outdoor alla precedente caratterizzazione deve aggiungersi una vera strategia di gestione della variabilità. Il DVR dovrebbe identificare in anticipo le attività più gravose, le mansioni, il metabolismo, l’esposizione diretta alla radiazione solare, i DPI, le possibilità di ombreggiamento e recupero, le modalità di idratazione, l’acclimatazione, le condizioni dei lavoratori nuovi o rientranti e gli scenari meteorologici capaci di determinare criticità.
Ma dovrebbe anche rispondere a una domanda operativa:
“Domani mattina, chi e con quale criterio decide che il piano caldo deve essere attivato?”
E poi:
“Cosa cambia concretamente quando viene superato quel livello?”
È qui che entrano previsioni meteorologiche, Worklimate, Heat Index, eventuali soglie ricavate preventivamente mediante PHS o valutazioni WBGT e verifica delle condizioni effettive in cantiere.
Il Protocollo quadro nazionale sulle emergenze climatiche del 2025 richiama espressamente valutazione dei rischi, prevenzione, informazione/formazione e sorveglianza sanitaria all’interno delle misure organizzative per affrontare le condizioni climatiche estreme.
Quando il medico competente dovrebbe chiedere un approfondimento?
Questa, probabilmente, è la parte più pratica.
La richiesta di approfondimento è appropriata quando dalla lettura della valutazione emerge una discontinuità tra il lavoro reale e il modello utilizzato.
Per esempio, meritano approfondimento una valutazione che utilizzi soltanto PMV/PPD pur essendo uscita dai campi di applicabilità del metodo; un WBGT che supera il riferimento senza che siano valutate misure o PHS; una stima del metabolismo palesemente incompatibile con l’attività osservata; una valutazione che ignori un DPI impermeabile; una misura effettuata in un’unica ora fresca mentre l’esposizione massima avviene nel pomeriggio; oppure un cantiere valutato una volta in primavera e considerato definitivamente “a basso rischio” per tutta l’estate.
Altrettanto importante è riconoscere il limite opposto: chiedere un modello più sofisticato non significa automaticamente ottenere una valutazione migliore. Se in un cantiere temperatura, vento, irraggiamento, metabolismo e abbigliamento cambiano rapidamente, il PHS deve essere utilizzato con cautela proprio perché la ISO 7933 ne segnala la limitata validazione in condizioni fortemente non stazionarie.
In quel caso la buona valutazione può richiedere più scenari rappresentativi, combinati con un piano dinamico di gestione della giornata, piuttosto che un unico Dlim apparentemente molto preciso.
Tre domande che il medico competente dovrebbe sempre fare
Alla fine, tutta la complessità di PMV, WBGT, PHS e ISO 8025 può essere ricondotta a tre domande.
La prima riguarda l’esposizione: Il metodo utilizzato descrive realmente quello che il lavoratore sta vivendo?
La seconda riguarda il metodo: Il risultato è ottenuto all’interno del campo di validità dello strumento e quali elementi restano fuori dal modello?
La terza riguarda la persona: Il lavoratore che ho davanti appartiene ragionevolmente alla popolazione per la quale quel risultato è considerato protettivo oppure presenta caratteristiche che richiedono misure ulteriori?È esattamente nel punto di incontro fra queste tre domande che prende forma la collaborazione del medico competente.
Dal numero alla persona
La valutazione tecnica e la sorveglianza sanitaria osservano lo stesso problema da due punti differenti.
WBGT e PHS guardano dall’ambiente verso l’organismo.
Il medico competente guarda anche dall’organismo verso l’ambiente.
Il PHS può dirci che, per quelle condizioni di temperatura, irraggiamento, umidità, ventilazione, metabolismo e abbigliamento, un lavoratore medio sano e idoneo dovrebbe rimanere entro i criteri fisiologici per un determinato tempo.
Non può dirci se il lavoratore che abbiamo visitato, con la sua funzione cardiovascolare, la sua capacità renale, i suoi farmaci, la sua storia di esposizione e il suo grado di acclimatazione, risponderà esattamente come il soggetto medio del modello.
È qui che la valutazione dei rischi incontra la medicina del lavoro.
Collaborare non significa quindi firmare un risultato tecnico, né significa trasformare il medico competente in un tecnico misuratore.
Significa avere conoscenze sufficienti per leggere il modello, riconoscere i suoi confini, formulare le domande giuste e riportare nel processo di valutazione ciò che il modello non conosce: la variabilità biologica delle persone.
Un indice misura o predice una parte della realtà; il medico competente deve sapere quale parte rimane fuori.
La flowchart rappresenta il contributo del medico competente. Le decisioni tecniche e organizzative e la loro attuazione restano in capo ai soggetti individuati dal D.Lgs. 81/2008; il medico competente collabora, formula rilievi e proposte, integra i dati sanitari e verifica gli esiti per quanto di propria competenza.
Gennaro Bilancio Medico del Lavoro
Scrivo per chiarire dubbi, non per dare risposte comode
Perché la sorveglianza sanitaria non è burocrazia ma responsabilità
Riferimenti essenziali
1. D.Lgs. 9 aprile 2008, n. 81, artt. 15, 25, 29, 63, 180-186 e Allegato IV, punti 1.9.2 e 1.9.3. Testo coordinato vigente.
2. Portale Agenti Fisici (PAF), sezione Microclima: metodiche di valutazione e FAQ operative. https://www.portaleagentifisici.it/fo_microclima_metodiche.php?lg=IT
3. UNI EN ISO 7243:2017 — Ergonomia degli ambienti termici — Valutazione dello stress da calore utilizzando l’indice WBGT.
4. ISO 7933:2023 — Ergonomics of the thermal environment — Analytical determination and interpretation of heat stress using calculation of the Predicted Heat Strain (PHS). Verificare l’edizione UNI EN recepita applicabile.
5. ISO 8025:2024 — Ergonomics of the thermal environment — Management of working conditions in hot environments.
6. ISO 8996 — Ergonomics of the thermal environment — Determination of metabolic rate.
7. ISO 9920 — Ergonomics of the thermal environment — Estimation of thermal insulation and water vapour resistance of a clothing ensemble.
8. NIOSH. Criteria for a Recommended Standard: Occupational Exposure to Heat and Hot Environments. DHHS (NIOSH) Publication No. 2016-106.
9. INAIL, La valutazione del microclima, 2018, e successivi materiali tecnici sullo stress termico.
10. ISO 7730:2025 — Ergonomics of the thermal environment — Analytical determination and interpretation of thermal comfort using PMV and PPD indices and local thermal comfort criteria.
11. Coordinamento tecnico interregionale della prevenzione nei luoghi di lavoro, Indicazioni operative per la prevenzione del rischio da agenti fisici ai sensi del D.Lgs. 81/2008, Parte 3: Microclima, 21 luglio 2021, da utilizzare insieme agli aggiornamenti successivi.
12. ISO 12894:2001 — Ergonomics of the thermal environment — Medical supervision of individuals exposed to extreme hot or cold environments.
13. Protocollo quadro per l’adozione delle misure di contenimento dei rischi lavorativi legate alle emergenze climatiche, Ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali, 2025.



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